Questa mattina sono andato a votare, Per sempre Sì.
Uscendo dal seggio ero felice, perché dopo decenni avevo finalmente espresso quel voto per Enzo Tortora che il 17 giugno 1984 non potei dare: avrei compiuto 18 anni il giorno dopo.
Non ho la più pallida idea di quale sarà il risultato di questo referendum e, per quanto – tra le mie strane convinzioni religiose – io sia convinto che la scaramanzia sia un peccato, non ho il coraggio di fare alcun pronostico. Però mi pare di poter vedere due effetti che si realizzeranno comunque, qualunque sarà l’esito.
So che a qualcuno potrà sembrare un’analisi manichea: può darsi, lo concedo. Ma è un’analisi che vedo crescere e consolidarsi da quando è iniziata questa terribile campagna referendaria.
Da mesi vedo, da un lato e dall’altro, definirsi due popoli purtroppo inconciliabili.
Non si tratta di destra o sinistra: è qualcosa di più profondo, radicale, che supera le tradizionali divisioni politiche.
Da un lato vedo qualcosa che in realtà c’è da sempre, che è legato profondamente alla nostra storia nazionale e che, oggi, assume una identità concreta rispetto al presente.
Sto parlando del Popolo del No.
Il Popolo del No incarna alcuni elementi radicati nello spirito italiano: la sfiducia nel futuro, l’idea che ogni possibilità sia in realtà incertezza, rischio, pericolo. L’idea che la Nazione abbia bisogno di un tutore, di un adulto che la guidi e impedisca a questa collettività incosciente – quando non malvagia – di commettere errori tragici e irreparabili.
Il Popolo del No è qualcosa di prepolitico: è l’ansia del contadino che guarda il cielo sereno temendo la grandinata, è la convinzione che ogni possibilità celi una minaccia in agguato. È il lascito di una storia di povertà, debolezza e insicurezza che ha segnato secoli del nostro cammino, sedimentando un sentimento che vive nelle nostre fibre, pronto a risvegliarsi a ogni occasione.
È un sentimento che inevitabilmente si lega a ogni idea illiberale, perché fa presa sul bisogno di sicurezza e si sposa con risposte rassicuranti: le parole d’ordine di questa campagna del No.
Il ruolo di controllo preventivo della legalità che certa magistratura si attribuisce – ruolo inesistente in qualunque ordinamento liberaldemocratico; il ricorso alla figura salvifica del magistrato contro la corruzione morale dei consociati (a delinquere, ovviamente); l’idea che l’uomo o la donna in toga abbiano un legame con la divinità e siano purificati da essa, divenendo guida per la comunità (una curiosa somiglianza con i presupposti politico-religiosi del regime iraniano); la convinzione che lo scopo dell’ordine giudiziario non sia applicare le sanzioni previste, ma limitare gli altri poteri ed ergersi a loro diga… E qui sarebbe utile ricordare che la teoria della separazione dei poteri non significa che ogni potere possa fermare gli altri, ma che ciascuno trova il proprio limite nell’esistenza degli altri, esattamente come le libertà individuali trovano un limite nelle libertà degli altri cittadini.
Questo Popolo del No, ripeto, ha un’identità. E oggi ha punti cardinali più evidenti che mai.
Dall’altro lato, quella del Popolo del Sì, non si erge un’armata del Bene, ma un diverso insieme di sensazioni e valori.
Dietro al Sì troviamo l’idea che si possa cambiare, che sia possibile abbandonare una condizione scomoda per provare a costruirne una migliore; che sia possibile confrontare idee ed esperienze, osservare la realtà, le contingenze, i casi altrui che condividono con noi storia e destino.
Non significa ignorare i rischi: significa considerarli, valutarli, mitigarli, come facciamo nelle nostre scelte quotidiane.
Non siamo né più né meno italiani del Popolo del No: riteniamo semplicemente di avere diritto anche noi alla possibilità di scegliere qualcosa di diverso da ciò che ci è stato lasciato.
La cosa più incredibile di questo Popolo del Sì è che sta nascendo.
Dopo oltre trent’anni dalla vittoria sulla “gioiosa macchina da guerra”, dopo illusioni e delusioni, sta emergendo qualcosa di indipendente dai partiti.
Lo vedi online e nelle piazze: militanti di Fratelli d’Italia che condividono Calenda, la Picerno o una storica radicale come Rosa Filippini; Anna Paola Concia rifiutata dai suoi e sostenuta da persone che mai avrebbero immaginato di appoggiare qualcuno che viene dal PD.
Eventi trasversali, mani che si stringono, sostegno reciproco: la percezione che ci sia qualcosa di più profondo della militanza.
La cosa più notevole è che la comunanza di valori va ben oltre il Sì.
Troverai le stesse persone alle manifestazioni per l’Ucraina, dietro le bandiere di Israele e dell’Iran, unite in un europeismo che non è romantico ma razionale, figlio di un presente tragico.
Non è solo un Popolo del Sì: è un popolo che scopre che arriva il momento in cui — citare canzone — ci si riconosce e ci si mette all’opera.
Non so, davvero non lo so, quale dei due popoli festeggerà lunedì alle 15.
So però quali potrebbero essere gli effetti: entrambi dirompenti.
Il risultato reazionario di un no, di una società che non intende andare avanti mi è evidente: trent’anni dopo Borrelli sulle copertine dell’Espresso, potremmo ritrovarci Gratteri e Woodcock guidare l’assalto a Palazzo Chigi su monopattini elettrici, con tutto ciò che ne consegue. In confronto, Mani Pulite sembrerebbe una processione di bambini alla prima comunione.
Ma sarebbe dirompente anche una vittoria del Sì.
E non certo per improbabili aggressioni alla magistratura – l’area politica di riferimento è composta da gente pigra, che fatica a reagire persino quando è toccata direttamente.
Parlo dell’effetto devastante della nascita di un popolo che si riconosce, che scopre di esistere.
All’improvviso, un unico movimento trasversale diventerebbe protagonista di un’area che va da Fratelli d’Italia al Partito Democratico: non solo milioni di elettori, ma persone capaci di prendere posizione, di agire. Una realtà che romperebbe i racconti che tutto il centrodestra e una parte del centrosinistra si sono costruiti fino a ieri.
Dall’oltre-conservatorismo di Fratelli d’Italia, dall’impronta neodemocristiana di Forza Italia e dai rigurgiti identitari e tribali della Lega potrebbe emergere una nuova domanda di rappresentanza, una forza laica e liberale che ritrova voce dentro e fuori quei partiti.
Potrebbe nascere un nuovo popolo.
Capace finalmente di prendersi quel nome che un tempo fu solo marketing:
il Popolo della Libertà.
E poi la gente, quando si tratta di scegliere e andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.
Quelli che hanno letto milioni di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare…


