Quando ero bambino, avevo la tessera della biblioteca comunale.  Si trovava al primo piano di uno dei due caselli daziari (quello a destra); lì scoprii un sacco di cose affascinanti, tra le quali la “Storia d’Italia” di Montanelli et al. e tante altre letture… ma per lungo tempo rimase in me un dubbio: cosa era quel dispensario celtico di cui si vedeva una targa al piano terra, che era sempre chiuso quando andavo io in biblioteca?

C’è stato un tempo in cui l’Europa non aveva bisogno di Bruxelles per litigare.
Bastava una malattia.
E non una qualunque, ma la sifilide, che tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento si diffuse come una pessima voce di corridoio dopo una guerra, un esercito in marcia, un porto troppo affollato.

Il problema, però, non era solo medico: era linguistico, morale, politico, perché la sifilide non era mai nostra, era sempre degli altri.

Dimmi come la chiami e ti dirò chi odi

Il meccanismo era semplice e sorprendentemente coerente: ogni popolo attribuiva la colpa a uno straniero, meglio se vicino, meglio ancora se nemico. Una sorta di diplomazia sanitaria al contrario: in Italia era il mal francese o mal gallico, in Francia il mal napolitain, in Spagna tornava ad essere mal francés, proprio come in Inghilterra, dove lo chiamavano French disease… ma – colpo di scena – il vicino “colpevole” cambiava in Polonia dove era la malattia tedesca e in Russia dove invece diventava la malattia polacca. Nell’impero ottomano non si facevano discriminazioni: era la malattia dei cristiani tutti, così imparavano, questi zozzi infedeli!

Un’Europa già sorprendentemente unita, dunque, ma sempre contro qualcun altro.

Quando la medicina usava il dizionario al posto del microscopio

In Italia questa dinamica assume tratti quasi eleganti. Dire sifilide era brutale. Dire mal francese già troppo esplicito. E allora spazio alle perifrasi colte, ai nomi che non dicono nulla ma suggeriscono tutto.

È in questo contesto che si collocano i cosiddetti “dispensari celtici”: ambulatori destinati al trattamento della sifilide, senza mai nominarla. Un modo acculturato per evitare il nome di una malattia imbarazzante.

Una tradizione che, a ben vedere, non si è mai davvero interrotta. Ancora oggi, negli ospedali italiani, le malattie a trasmissione sessuale trovano spesso casa nei reparti di malattie infettive o tropicali. Come se fossero arrivate con una nave da Zanzibar, invece che dal pianerottolo accanto.

La sifilide entra nella cultura europea prima ancora che nella medicina moderna. Il nome stesso lo dobbiamo a Girolamo Fracastoro, che nel 1530 pubblica il poema Syphilis sive morbus gallicus: una spiegazione morale prima che clinica.

In Francia Rabelais la trasforma in satira; in Italia Ariosto la sfiora con allusioni rapide. È ovunque, ma sempre fuori scena.

Restando nella letteratura, colpisce un dettaglio tutt’altro che neutro: Violetta Valéry muore di tubercolosi nonostante la sua professione. Non di sifilide, non di una malattia venerea, non di qualcosa che avrebbe reso troppo esplicito il legame tra sesso, colpa e punizione.

Una cortigiana che muore di tisi è tragica, redimibile, presentabile. Una che muore di sifilide sarebbe stata, per il pubblico ottocentesco, semplicemente colpevole. La malattia scelta rende la storia vendibile.

Lo stesso meccanismo riemerge con l’HIV/AIDS: inizialmente raccontato come GRID, la “malattia dei gay”. Non per ignoranza, ma per rendere il problema più gestibile, più distante, più accettabile.

Oggi sappiamo che l’HIV è una malattia infettiva come le altre e che circa il 50% delle nuove infezioni avviene in rapporti eterosessuali. Eppure parlarne senza giudizio morale resta difficile: se una malattia può essere attribuita a qualcun altro, diventa meno spaventosa. Il linguaggio precede la cura.

E poi dicono che l’Europa non è un miracolo

Dopo secoli di guerre, accuse reciproche e malattie usate come insulti geopolitici, siamo riusciti a costruire un’Unione europea.

Forse l’Europa comincia davvero quando smettiamo di dire mal francese, mal napoletano, mal dei gay, e iniziamo a dire: è un problema nostro.

Che non è solo una constatazione sanitaria.
È una scelta politica.
Ed è, ancora oggi, una forma di cura.