ANNO XXXI NUMERO 233 – PAG V
IL FOGLIO QUOTIDIANO
VENERDÌ 2 OTTOBRE 2026
TSAHAL RISPONDE A NAZA
L’esercito israeliano replica alla pellicola osannata a Venezia e nei cinema italiani contro la guerra a Hamas. Il capovolgimento della realtà comincia dal titolo e finisce con l’ignobile accusa di genocidio
Pubblichiamo la lunga risposta dell’esercito israeliano al film “Naza”.
“Naza” presenta un quadro distorto, fuorviante e disonesto della pianificazione e dell’esecuzione degli attacchi dell’Idf. Poggia su errori di fatto e su testimonianze anonime che descrivono, in genere, solo una fase iniziale di un processo ben più ampio. I realizzatori omettono il contesto della guerra a Gaza e della condotta dell’Idf, per adattarlo alla tesi, e accentuano la distorsione con montaggio manipolatorio e richiami ad atrocità storiche, attribuendo all’Idf intenzioni malevole che le presunte “prove” non dimostrano. I dilemmi gravi della guerra asimmetrica sollevati dagli intervistati non sono trattati con la serietà che meritano.
Il capovolgimento comincia dal titolo. “Naza” è l’acronimo dell’ebraico “Nezek Agavi”, “collateral damage”: termine tecnico di ogni esercito rispettoso della legge, usato da anni anche nell’Idf per il danno incidentale ai civili di un attacco a un obiettivo militare. Il film presenta quella stima come indifferenza. È invece un obbligo del diritto internazionale: serve ai comandanti per giudicare la liceità, disporre precauzioni, modificare il piano o annullarlo, riducendo il rischio per civili, come è avvenuto molte volte in questa guerra.
L’Idf è aperto a critiche autentiche, apprende dalle accuse comprovate e migliora le pratiche. È vincolato al diritto internazionale umanitario; le procedure attuano quegli obblighi, con unità dedicate alla riduzione dei danni ai civili. Le sospette violazioni vengono esaminate e, ove giustificato, affrontate con provvedimenti disciplinari, indagini penali o altre misure.
Contrariamente alla prassi, non hanno sottoposto le accuse all’Idf prima della pubblicazione, non hanno dato copia del film dopo la proiezione, benché richiesta, né dettagli sugli episodi. L’Idf ha valutato il film sul resoconto di un rappresentante a una proiezione pubblica, su altri resoconti e sulle dichiarazioni dei realizzatori.
Due parti: i difetti di fondo; le principali accuse.
Parte I. I difetti di fondo del film e della sua realizzazione
• Intervistati che parlano di ciò che esula dalle loro conoscenze
Gli anonimi sull’individuazione degli obiettivi sono descritti come ex intelligence. I resoconti riguardano in genere fasi iniziali e informative, non la pianificazione e l’approvazione, che spettano agli organi operativi, non all’intelligence. Il film li tratta come se fissassero le decisioni finali. Anche ammettendo i ruoli e la volontà di riferire fedelmente ciò che hanno visto – o, più problematico, sentito – molte affermazioni mostrano una conoscenza insufficiente delle fasi successive, fuori dai loro incarichi, e travisano la politica dell’Idf.
Un intervistato può scambiare una stima preliminare dei civili attorno a un obiettivo per quella finale. Quella cifra non include le precauzioni successive né i civili che l’attacco eseguito avrebbe colpito. Concentrare il colpo, cambiare arma o tempi e aggiornare i dati sull’evacuazione dopo gli avvertimenti può mutare in modo significativo il rischio stimato.
Per ogni attacco i comandanti devono valutare in anticipo la proporzionalità: il danno incidentale previsto a civili e beni civili non deve essere eccessivo rispetto al vantaggio militare concreto e diretto atteso, e devono ordinare le precauzioni possibili. Professionisti valutano il danno e propongono mezzi meno dannosi; consulenti giuridici indipendenti rivedono i piani e indicano condizioni e raccomandazioni. In guerra i comandanti hanno imposto restrizioni, modificato i piani, rinviato proposte o negato l’approvazione per il danno previsto, spesso per una presenza imprevista di civili.
Le sole fasi preliminari non fissano valutazioni finali, condizioni, precauzioni in esecuzione né effetti reali. Un analista di livello esecutivo non rappresenta l’intero processo, a cui partecipano altri professionisti, né le politiche e le direttive complete, che esulano dalle sue responsabilità. Non è un resoconto completo, ma è l’inferenza che il film invita a trarre.
• Errori da carenze di metodo e di verifica
Verifiche in buona fede avrebbero evitato errori evidenti; il risultato mostra che non sono state fatte. Oltre ai racconti anonimi, di cui non sono noti ruoli precisi né conoscenza diretta, non si citano direttive, registrazioni dell’epoca o altre prove. I presunti attacchi non indicano obiettivo, data, luogo o vittime: affermazioni generiche e non verificabili. Contro la prassi giornalistica, le accuse non sono state sottoposte all’Idf prima della pubblicazione, omissione che mette in dubbio la volontà di confrontare la narrazione con prove che potrebbero smentirla.
• Contesto essenziale sottovalutato
Manca il peso dovuto al contesto: massacro del 7 ottobre, il radicamento militare di Hamas nella popolazione civile e le misure dell’Idf per proteggere i civili.
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- Il 7 ottobre non bilancia le sofferenze: fa comprendere la minaccia concretizzatasi in quell’attacco e le ragioni di sicurezza delle operazioni successive. Non dargli il giusto peso porta a travisare gli obiettivi di Israele nella guerra.
- Hamas ha inserito su vasta scala operativi, armi e infrastrutture dentro e sotto le aree civili, usando a fini militari ospedali, strutture dell’Onu, scuole e moschee, come documentato, e ha usato i civili come scudo, con operativi in abiti civili. È il contesto del film: obiettivi nascosti, posizione dei civili, effetti di un attacco. I combattimenti urbani e i danni ai civili sono una scelta di Hamas, non di Israele.
- Il film omette le misure dell’Idf: molti attacchi annullati o non approvati per rischio ai civili; altri pianificati per ridurlo il più possibile; personale e risorse dedicati alla protezione, compresa una Cellula per la mitigazione dei danni che ha emesso avvertimenti e monitorato i civili in tutta Gaza; numerosi consulenti giuridici indipendenti. Tramite il Cogat, Israele ha coordinato gli aiuti e facilitato beni civili: più di 3,9 milioni di tonnellate di generi alimentari dall’ottobre 2023. Ciò smentisce l’indifferenza attribuita all’Idf.
Parte II. Le principali accuse
Quanto segue riguarda le accuse principali, col contesto fattuale e giuridico, senza esaurire le affermazioni false.
• Affermazione: era stata approvata l’uccisione di 500 civili in un singolo attacco.
L’Idf non ha mai pianificato, approvato o eseguito a Gaza un attacco con 500 morti civili previsti, né un numero anche solo vicino. Nessuno ha seriamente sostenuto un bilancio simile o prossimo. I realizzatori l’hanno messa in primo piano, anche nel trailer, senza poterla verificare e senza prove.
• Affermazione: gli operativi di basso rango in “Lavender” potevano essere colpiti con fino a 20 vittime civili previste; per i comandanti di alto livello, attacchi a interi quartieri con 200 vittime previste.
Due errori: si scambia una soglia di policy, che richiede un’approvazione elevata, per un permesso di attaccare, e una database per un elenco di obiettivi. I regolamenti non hanno mai autorizzato in automatico attacchi che mettono a rischio un numero fisso di civili.
Per ogni attacco il comandante valuta singolarmente la proporzionalità: morti, feriti civili e danni ai beni civili previsti non devono essere eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto atteso. I regolamenti ripartiscono l’autorità e richiedono un’approvazione superiore oltre certe soglie di danno stimato, secondo esigenze militari e circostanze mutevoli. È prassi standard negli eserciti occidentali, per ragioni strategiche, operative e tattiche, non solo giuridiche.
I regolamenti non sollevano mai un comandante dalla valutazione individuale. L’intervistato confonde la soglia di autorità con l’approvazione. Quella soglia non è un numero consentito di vittime: dice soltanto chi può approvare.
Non è mai esistita né applicata una soglia di 200 vittime per un attacco a un obiettivo militare. Le soglie dei regolamenti sono molto più basse. A Gaza non è stato approvato né eseguito un attacco del genere, e nessuno ha avanzato accuse credibili di un bilancio comparabile.
“Lavender” non è un elenco di obiettivi approvati. Come l’Idf ha spiegato, è un database che incrocia fonti di intelligence per aggiornare le informazioni sugli operativi delle organizzazioni terroristiche a Gaza. L’inclusione non identifica una persona come obiettivo e non autorizza un attacco. Il travisamento sembra derivare da chi non conosce l’intero processo.
Sulla politica di individuazione degli obiettivi, si veda la risposta dell’Idf al New York Times del 26 gennaio 2025, “Idf Targeting Methods During the First Weeks of the Hamas-Israel War”.
• Affermazione: il conteggio “Naza” non distingue tra adulti e minori.
È ciò che richiede il diritto internazionale umanitario: un civile è un civile e nessuna vita civile vale meno. Le stime sono considerate prima di procedere e, per tutta la guerra, la presenza di diverse categorie di civili, in particolare i bambini, ha portato ad annullare, rinviare o ripianificare attacchi.
• Affermazione: le vittime civili effettive non venivano verificate in seguito.
Diverse unità esaminano gli esiti e le segnalazioni di danni ai civili. Gli intervistati, secondo i realizzatori in certe unità di intelligence, non sembrano appartenervi e non possono testimoniare su questo. I soldati in genere non sono presso i luoghi colpiti dall’aria, e la capacità di verificare le segnalazioni è limitata. Entro quei limiti l’Idf monitora le fonti aperte e, se occorre, altri mezzi. Ne sono nati debriefing di centinaia di episodi e insegnamenti. Ogni sospetta violazione della legge o delle direttive deve essere segnalata e viene esaminata; possono seguire ulteriori accertamenti. L’Avvocato generale militare decide se siano giustificati un’indagine penale o altri provvedimenti.
• Affermazione: l’intelligenza artificiale ha generato in modo autonomo decine di migliaia di obiettivi umani poi attaccati.
Nell’Idf l’intelligenza artificiale non determina se un oggetto o una persona sia un obiettivo, né se venga colpito. Gli obiettivi sono individuati da analisti umani, approvati da almeno un ufficiale di intelligence autorizzato, poi passano ad altri ufficiali di diverse specializzazioni e si chiudono con la decisione di un comandante operativo, nel rispetto del diritto internazionale umanitario. Gli strumenti di elaborazione intervengono in una fase secondaria, per incrociare database già raccolti e valutati e indirizzare gli analisti verso informazioni rilevanti: non selezionano autonomamente gli obiettivi. Hamas ha decine di migliaia di operativi e nasconde le risorse militari tra i civili; stabilire che una persona o un oggetto sia un obiettivo legittimo richiede un notevole sforzo di intelligence. Gli strumenti lo rendono più preciso, nel rispetto del diritto, senza sostituire gli agenti umani. Può derivare dalla scarsa conoscenza dell’intera catena di approvazioni.
• Affermazione: soldati hanno sparato su civili presso i siti di distribuzione degli aiuti.
Le direttive vietano di colpire i civili. Le accuse, comprese le sparatorie presso i centri di distribuzione, sono state verificate: ogni segnalazione credibile passa un esame preliminare. Con un ragionevole sospetto, l’Avvocato generale militare (Mag) dispone un’indagine penale e, se le prove lo giustificano, formula gli atti d’imputazione.
Le regole d’ingaggio consentivano il fuoco solo contro operativi e sospetti che costituissero una minaccia immediata. L’Idf si è adoperato perché i siti funzionassero e il cibo giungesse ai civili, in linea con il diritto umanitario e i valori dell’Idf. I siti erano in zona di guerra attiva, con miliziani armati mescolati alla popolazione, e i soldati esposti a rischi.
Dopo vari episodi tragici con morti civili dentro o presso i centri, debriefing, insegnamenti e ulteriori istruzioni. Via (comunicato del 30 giugno 2025, con fotografie): segnalazioni di barriere e cartelli e aperture ulteriori. Le segnalazioni non fissano, di per sé, responsabilità né modalità: serve la prova di ciascun episodio. Gli episodi eccezionali sono stati deferiti al Meccanismo di accertamento e valutazione dei fatti dello stato maggiore (Ffam).
• Affermazione: edifici bombardati “secondo l’algoritmo” in quartieri dove era rimasto un quarto degli abitanti, perché in precedenza era stato intimato loro di andarsene.
La base degli attacchi è l’individuazione di obiettivi militari. Un avvertimento non consente di ignorare i civili presenti né autorizza di per sé un attacco, e un algoritmo non ha mai deciso un attacco. La stima del danno comincia solo dopo l’identificazione di una struttura come obiettivo militare; senza di essa nessun attacco è pianificato, qualunque sia la percentuale di civili rimasti. Il grado di abbandono era un fattore, insieme a intelligence e sorveglianza. Se si prevedeva che civili sarebbero stati colpiti, valevano le norme che vietano attacchi sproporzionati e impongono precauzioni.
La descrizione di attacchi ai “quartieri” è fuorviante: ci furono casi in cui Hamas usò gruppi di edifici, o parti significative, come complessi di combattimento: posti di comando, armi, postazioni di osservazione o anticarro, pozzi del tunnel, spesso collegati da una rete sotterranea. Ogni struttura colpita doveva essere valutata singolarmente e designata come obiettivo militare. Anche allora, consapevole dei civili, l’Idf valutava la proporzionalità e restringeva l’area a quanto operativamente necessario, in conformità con la legge e oltre quanto essa richiede.
• Affermazione: nell’Idf si è diffusa la convinzione che a Gaza non esistano civili non coinvolti.
La distinzione tra operativi e civili è fondamentale e inequivocabile in ogni protocollo. Le direttive vietano attacchi intenzionali contro i civili e danni sproporzionati prevedibili, e richiedono le precauzioni possibili. Su questa distinzione l’Idf ha compiuto innumerevoli azioni documentate – avvertimenti, pianificazione, annullamenti – e ha reso pubblici più volte metodi e attività. Dire che “a Gaza non ci sono civili non coinvolti” può riflettere un sentimento personale, non l’approccio dell’Idf, le direttive o le attività di riduzione dei danni durante tutta la guerra.
• Affermazione: a un intervistato è stato chiesto se si trattasse di genocidio, ed egli ha risposto di sì.
L’accusa di “genocidio” è oltraggiosa e infondata; lo Stato di Israele l’ha respinta categoricamente. Chiedere un parere a persone non esperte e ignare della definizione accettata è manipolatorio e irrilevante. Subito dopo il 7 ottobre, prima di una risposta militare significativa, una campagna internazionale ha equiparato falsamente vittime e distruzioni al “genocidio”, per ingannare sul significato del termine. Opinioni di intervistati estranei alle decisioni di comando non dimostrano un intento genocidiario. Il film invita a una conclusione che il materiale non sostiene né potrebbe sostenere.
L’elemento caratterizzante del genocidio è lo specifico intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale. Gli intervistati non potevano provarlo, perché non è mai esistito.
Le operazioni perseguivano obiettivi fissati dal livello politico: smantellare le capacità di governo e militari di Hamas e creare le condizioni per il ritorno degli ostaggi. Il danno alla popolazione palestinese non ne è mai stato lo scopo. Avvertimenti, attacchi annullati e aiuti agevolati proteggevano proprio la popolazione che i realizzatori accusano Israele e l’Idf di voler distruggere.
Conclusione
Il film dipinge falsamente un esercito che cerca danni ai civili e omette chi sta dietro agli obiettivi: chi pianifica per ridurre i danni, i consulenti giuridici e i comandanti che approvano o respingono, in un esercito vincolato alla legge e ai propri valori.
Diversi intervistati descrivono il peso morale di quelle procedure. È reale e l’Idf non lo liquida: decisioni che possono costare vite civili sono tra le più difficili, e i soldati devono sentirlo e agire di conseguenza. Quel fardello non prova illecito o indifferenza: riflette la serietà con cui furono prese.
I processi omessi mostrano lo sforzo concreto: intelligence ulteriore, piani modificati, attacchi annullati, opportunità sacrificate, forza limitata per rischi valutati. Il film li ignora.
Le conseguenze tragiche della guerra non giustificano fatti distorti. Una discussione seria esige il resoconto di come le decisioni furono prese: il film non lo offre. L’impressione di un Idf disumano nasce solo da fatti distorti, contesto omesso, pubblicazioni e spiegazioni dell’Idf ignorate, più manipolazione emotiva ed effetti costruiti. L’Idf ha agito e continua ad agire in modo umano, anche se i realizzatori hanno fatto tutto il possibile per nasconderlo.
Questo è invece il commento di Giuliano Ferrara, apparso sempre sul Foglio:
Chi legga il documento dell’Idf, l’esercito israeliano, in risposta al documentario Naza, testimonianze anonime di personale militare che afferma sulle vittime civili della guerra di Gaza più di quanto sappia (o spesso non sa oppure sa fin troppo bene quello che dice), ne trae un’impressione di dolorosa serietà, l’opposto dello sfavillante e frivolo successo commerciale del film che rende buona la coscienza delle anime belle e plaudenti. Il compito di chi ha condotto le operazioni militari a Gaza è stato ed è di una difficoltà mostruosa. Per le conseguenze tragiche di una guerra urbana, asimmetrica come si dice, contro un nemico terrorista che apertamente rivendica il sangue delle vittime civili della sua parte come obiettivo da conquistare per il bene della causa. L’ideatore e autore del 7 ottobre Sinwar aveva parlato letteralmente di centomila e più palestinesi messi nel conto delle necessità della cosiddetta resistenza, cioè della rete del terrore per la riconquista di Gerusalemme e la cacciata degli ebrei sionisti dal loro paese. I civili e in particolare i bambini distrutti come danni collaterali (secondo l’acronimo Naza) sono la struggente questione che la guerra ha posto in un teatro della crudeltà quotidiano raccontato su tutti gli schermi e commentato o interpretato televisivamente e sui social come uno scontro tra il male, la guerra di Netanyahu e dell’Idf, e il bene, la resistenza di Sinwar e di Hamas.
Il documento dell’Idf dimostra che il documentario è, anche senza elevare accuse temerarie come il tradimento in tempo di guerra, difficilmente compatibili con una democrazia che fa del suo esercito un vanto e una gloria anche in senso morale, ma semplicemente analizzandone la scaletta e le tecniche narrative, uno strumento di manipolazione che sfrutta argomenti non provati per affermare una tesi precostituita e inferisce conclusioni senza senso e diffamatorie da fatti completamente distorti o da invenzioni totali.
Il punto di partenza razionale della requisitoria dell’esercito contro il facilismo e l’ambiguità morale degli autori di Naza i lettori del Foglio lo conoscono già. Sono tre anni che lo ripetiamo. Hamas ha voluto e ottenuto un alto numero di vittime civili della guerra urbana. Era l’obiettivo militare etico da sbandierare per giustificare l’orrore del pogrom del 7 ottobre e rovesciare i rapporti di forza con gli ebrei e il sionismo nell’opinione mondiale, per sabotare gli Accordi di Abramo e promuovere gli interessi anche nucleari dell’Iran sterminazionista. Israele in divisa ha fatto il proprio dovere con errori e tremende sbavature, come succede in ogni guerra, ma nell’insieme con uno scrupoloso codice di comportamento del quale non si è mai tenuto conto nell’opinione antisionista fanatizzata che fiancheggia i jihadisti di Free Palestine. Qui, in questo testo scritto con senso di responsabilità, finalmente un esempio di vera costernazione, ma non senza un giusto orgoglio, di fronte a accuse così ciniche, il lettore troverà riassunto il vasto campionario della bugia umanitaria, a vantaggio di camera e di buio propagandistico, e della verità umana di un dramma che purtroppo continua ma che era inevitabile dopo il 7 ottobre, e per questo tragico.


