In principio non era il verbo, ma qualcosa che gli somigliava molto: uno schermo a tubo catodico e quella strana sensazione di trovarsi davanti alla versione elettronica e scintillante di una di quelle immense cassettiere metalliche che popolavano le biblioteche universitarie.
Quando ho scritto la mia tesi sulla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, la ricerca funzionava esattamente come una spedizione al magazzino dell’IKEA. Consultavi il catalogo a schede di cartoncino – una sorta di immenso Rolodex universale a cassetti metallici, in cui la stratificazione delle epoche tecnologiche era impressa nero su bianco: dalle schede più vecchie battute a macchina, a quelle degli anni Ottanta stampate ad aghi, fino a quelle più recenti uscite da una laser -, individuavi lo scaffale dove avresti trovato il tuo mobile da montare (il libro che cercavi), andavi a caccia nei corridoi, e da un altro libro citato a margine tiravi fuori l’idea per cercare altre schede, altri scaffali, altri volumi. Era un processo fisico, faticoso e meravigliosamente generativo.
Fuori dalle biblioteche, però, stavano arrivando i vari Altavista, Yahoo, InfoSeek, Lycos. All’inizio “motore di ricerca” era un’espressione quasi esotica per chi non masticava il gergo informatico. Ma il paradigma stava già cambiando: la macchina non si limitava più a sfogliare milioni di schede, conservava nelle sue memorie milioni di pagine. Quando Google ha perfezionato l’analisi semantica, abbiamo abbandonato i vecchi portali nel giro di un mattino. La sua capacità di risparmiarci fatica era sorprendente e la quantità di storage cresceva ogni giorno, rendendoci la vita più facile, o così ci sembrava.
Oggi siamo in una nuova rivoluzione. Software alimentati da miliardi di pagine web, da milioni di libri acquistati a pochi centesimi al chilo dall’industria del riciclo della carta e sorretti da hardware spaventosamente potenti, non si limitano più a cercare le informazioni e a servircele cotte a puntino. Riescono a darti l’illusione di “pensare”.
Che la macchina pensi davvero, al momento, è poco più che una suggestione. Che possa diventare pericolosa nella sua versione hollywoodiana alla *Terminator*, una pura speculazione. Il problema vero non è la macchina. Siamo noi.
Stamattina, Simone Scavo condivideva su X l’appello di un nutrito gruppo di vincitori delle Medaglie Fields, quelle che solitamente si dice “sono il corrispettivo del Nobel” per la matematica. Gli estensori sostenevano, in estrema sintesi, che non sia necessariamente un bene che l’IA si metta a risolvere le grandi congetture matematiche ancora aperte.
Ora, la matematica è una delle discipline che meno riesce a stimolare la mia fantasia erotica, ma di fronte a questa presa di posizione ho fatto un sacrificio per individuare i due temi fondamentali di questo paper.
Il primo tema è quello che mi ha commosso di meno.
I matematici dicono, se ho capito bene, che “Siamo di fronte a una black box, una scatola nera che risolve il problema ma non ci spiega come ha fatto”*.
A me pare un’obiezione mal posta, se non ingenuamente corporativa. Per definizione, una macchina può registrare ogni singolo passaggio del proprio calcolo e, se adeguatamente istruita, può restituirti l’intero percorso in forma intelligibile, rendendolo comprensibile perfino al Massimiliano di turno. Questa mossa mi sembra il riflesso istintivo di sopravvivenza dei “sacerdoti” della matematica, del tutto simile a quello che nei secoli passati facevano altri sacerdoti per impedire al popolino di leggere direttamente le Sacre Scritture. Obiezione scartata.
Il secondo tema, invece, è drammatico.
È qui che la mente si è messa a ricordare Itaca, la celebre poesia scritta agli inizi del secolo scorso da Costantino Kavafis: arrivare a Itaca è importante, ma…
Ma tutto il lavoro svolto per arrivarci, gli errori commessi, i vicoli ciechi imboccati, le discussioni accanite con i propri pari per difendere o smontare un’ipotesi: tutto quel patrimonio fa parte della natura umana della ricerca ed è un tesoro inestimabile di conoscenza.
È una dinamica che conosco bene. In oltre trent’anni di frequenza ai congressi internazionali di medicina – perché le fatiche di un compliance manager sono sempre le peggiori – ho imparato una lezione fondamentale: ai congressi arrivano e vengono presentati anche gli studi che “hanno fallito”, quelli che non dimostrano l’ipotesi iniziale. Spesso questi lavori finiscono addirittura nelle sessioni di Late-Breaking, perché la domanda che si ponevano era così cruciale da aver suscitato un’attesa spasmodica nell’intera comunità scientifica. E quando proiettano l’ultima slide, quella che spiega che lo studio ha avuto esito negativo o neutrale, la sala esplode in un applauso profondo e convinto. Non è cortesia: è la consapevolezza che quel lavoro è stato condotto con rigore, che ha affrontato enormi difficoltà metodologiche o statistiche e che, proprio dal suo fallimento formale, nascono nuove intuizioni, altre conoscenze e le domande che genereranno i trial di domani.
Da ognuno di quei passaggi intermedi, anche dai più sbagliati, nascono nuovi filoni di ricerca e soluzioni per problemi del tutto imprevisti. Se ci occupiamo soltanto del risultato, cancelliamo il valore inestimabile del processo. È in fondo quello che ci chiedeva la mia maestra alle elementari: non solo “qual è il risultato”, ma “perché”, perché la prova di averci ragionato era più importante del risultato.
Ogni giorno nella nostra routine usiamo l’IA per scrivere qualunque cosa, da un messaggio su WhatsApp alla revisione di un contratto (colleghi giurisperiti, non sbattete la testa scandalizzati, non mentite!).
Il mio vero cruccio è riuscire a far sì che sia la mia curiosità a guidare queste macchine, anziché farmi trascinare dalla loro pigra efficienza e dalla frequente tentazione della macchina di compiacermi, di trovare le tesi che confermano i miei pregiudizi anche al prezzo di raccontarmi delle frottole incredibili, la mia scommessa è unire la mia intelligenza creativa, il mio disordine cronico e la mia incapacità di ricordare le cose alla rigorosa sistematicità del software. Quando ci riuscirò, avrò fatto il vero salto quantico trasformandomi in un cyborg. E allora saranno cazzi per tutti!
E così, siamo riusciti a tracciare una linea retta che parte dai cataloghi a schede nati nella polvere della storia contemporanea, passa per la poesia di un autore greco del Novecento e atterra dritta al centro di una delle più dirompenti rivoluzioni tecnologiche degli ultimi due secoli.
Ne nasce una domanda: se la macchina non ci serve a essere più umani, se non ci aiuta a crescere, a farci sempre nuove domande, a sfidare quello che già sappiamo per portarci “dove nessuno è mai giunto prima”, a che cosa serve? A fare soltanto più velocemente qualcosa che già sappiamo fare?
È così che, nello sfogo di un gruppo di matematici, mi pare di avere trovato una risposta alla domanda sulla nostra natura.
Come ci ricordava Kavafis:
Itaca ti ha dato il bel viaggio.
Senza di lei non ti saresti messo in via.
Nulla ha più da darti.
E se la trovi povera, Itaca non ti ha ingannato.
Fatto ormai sapiente, con tutta la tua esperienza,
avrai capito quello che le Itache significano.
I dati e le risposte pronte sono solo la destinazione. Ma l’umanità, quella vera, che avanza e sfida l’ignoto, vive solo nel viaggio e nella ricerca; per dirla con il Capitano Kirk a Chekov: seconda stella a destra, e poi dritto fino al mattino.
P.S.
E adesso vi rivelo una piccola curiosità che a qualcuno potrebbe essere sfuggita.
Tra le tante sfide di Star Trek, è proprio il momento del congedo dell’equipaggio originale in “Star Trek VI” a lasciarci con un senso di meraviglia e di stupore: un astronauta del XXIII secolo che, per dare l’ultimo ordine di navigazione alla nave più avanzata della Flotta Stellare, cita a memoria un autore teatrale dell’inizio del Novecento: “Second star to the right… and straight on ‘til morning.”
Siccome la grande fantascienza classica non è mai stata una banale space opera infarcita di effetti speciali, bensì una riflessione sulla natura umana nascosta dietro mondi lontani e alieni dalla pelle verde, gli autori di quella scena hanno fatto ricorso a qualcosa di immensamente raffinato: una citazione poetica.
“Second to the right, and straight on ‘til morning” è la rotta di Peter Pan per raggiungere l’Isola che non c’è, tratta direttamente dall’opera del drammaturgo scozzese James Matthew Barrie (dal suo testo teatrale del 1904, che poi diventerà un romanzo e poi un meme della cultura occidentale del XX secolo).
Pensate alla poesia di questo contrasto: un soldato un po’ guascone, arrivato al termine della sua carriera tra motori a curvatura e salti nel tempo, guida una nave astrale orientandosi con una favola per bambini scritta quasi quattrocento anni prima.
Dà un’indicazione poetica e apparentemente assurda, ma incredibilmente potente per spiegare cosa siamo, piccoli curiosoni che non esplorano solo per raggiungere una destinazione, ma per il puro, inesausto desiderio di vedere cosa c’è dopo la curva dell’universo, e che ci racconta quale pericolo stiamo correndo: diventare annoiati fruitori di finali scritti da una macchina.
P.P.S.
Questa ennesima manifestazione del mio squilibrio mentale è stata dettata al telefono mentre andavo e tornavo dall’ospedale del babbo. Gemini ha provveduto abbondantemente a correggere ogni errore di battitura e di consecutio, e a controllare le date e i dati. Il sottoscritto ha riletto tutto una volta tornato a casa, preso a ciabattate l’intelligenza artificiale ogni volta che aveva tentato di usare il proprio stile anziché il mio o le proprie parole anziché le mie, ed è passato in blocco note per rimuovere eventuali watermark non testuali.
P.P.P.S.
Ovviamente anche i tag per WordPress e per i motori di ricerca sono generati da un’intelligenza artificiale, alla quale fornisco la versione finale della mia follia. Di solito uso Copilot, che mi sembra più smart di altri nello svolgere questo compito. Il problema è che oggi, mentre leggevo i tag generati, mi sono accorto che in molti casi non sapevo di cosa Copilot stesse parlando. 🤪
Riferimenti e fonti:
- Il post su X: Simone Scavo [@simne1core], Riflessione sull’appello dei matematici e l’impatto dell’IA, [Guarda il post originale su X]
- L’appello dei matematici: L’impatto dell’intelligenza artificiale sulla ricerca matematica, Lettera aperta firmata dai vincitori della Medaglia Fields
- La clip di Star Trek VI: Paramount Pictures (1991), Captain Kirk’s Final Orders (“Second star to the right…”)


