Vorrei fare una premessa: so bene che moltissime persone vivono con redditi ben inferiori a quelli di cui sto per parlare. È una realtà concreta, non accademica, che conosco: famiglie e single che ogni mese fanno i conti con risorse limitate, spesso insufficienti. Al netto di questa condizione diffusa e drammatica, credo però che alcune osservazioni siano difficilmente contestabili.
Oramai da qualche mese, Marattin e il PLD battono il martello sull’incudine del taglio delle tasse al ceto medio, e sono sicuro che molti si sentono in difficoltà sul tema; epidermicamente, pure io… e qui serve un piccolo “coming out”:, ogni volta che sento parlare di taglio delle tasse per i redditi fino a 60.000 euro lordi annui, mi sento un po’ disorientato. Mi ci vuole un attimo per ricordare che si tratta di una cifra prima delle imposte, e che quindi il reddito netto disponibile sarà ben più basso — spesso più che dimezzato. Forse questo disorientamento nasce dal fatto che, quando ho iniziato a lavorare, un reddito netto di 50-60 milioni di lire annui era considerato un buon reddito: non rendeva ricchi, ma permetteva di vivere con agio. Oggi, con 25.000 o 30.000 euro netti l’anno, è difficile parlare di “bella vita”.
Sessantamila euro lordi annui equivalgono a poco più di 2.000 euro netti al mese. E con questa cifra, se vivi in una grande città come Milano, devi saper fare bene i conti. Questa è una verità che forse i milanesi conoscono bene, ma che può sfuggire a chi vive in zone del Paese dove il costo della vita è più basso. Se ogni mese metà del tuo reddito netto se ne va solo per pagare l’affitto, non c’è molto margine per largheggiare.
E questo ci porta a una riflessione importante: la polemica sul taglio delle tasse ai “ricchi” — intesi come chi guadagna 60.000 euro lordi — rivela quanto siamo spesso poco attenti ai numeri, non comprendere che in un sistema progressivo l’impatto fiscale è più evidente per chi paga di più perché, se il tuo reddito sta per lo più nella zona di nulla o bassa imposizione sarà difficile ottenere un evidente beneficio.
C’è poi un altro punto, forse ancora più importante: non si diventa ricchi tagliando qualche punto di IRPEF. La ricchezza non nasce dalla ritirata dello Stato, ma dalla capacità di generare valore: attraverso l’impresa, l’investimento, il commercio, l’innovazione. È lì che dobbiamo guardare, è lì che serve coraggio politico e visione.
Il vero fronte su cui intervenire non è quello dei bonus o degli sconti una tantum, ma quello che permette ai cittadini — e anche gli imprenditori sono cittadini — di creare ricchezza. L’Italia ha un patrimonio straordinario di inventiva, competenza e spirito imprenditoriale. È questo il passaporto dei nostri ricercatori, delle nostre eccellenze nel mondo, è questa la miniera che abbiamo abbandonato.
Invece di un bonus in più, sarebbe molto più utile una tassa in meno, un adempimento in meno, una regola in meno. Il nostro ordinamento è pieno di norme che potrebbero essere eliminate, perché il loro costo per la collettività — e sì, le imprese fanno parte della collettività — è superiore al beneficio che producono. Cancellarle non è una perdita, ma un investimento a rendimento certo.
Liberare lo spirito imprenditoriale è più importante che promettere incentivi. È su questo che dovremmo scommettere, se vogliamo davvero costruire un futuro più prospero e sostenibile.



