Diversi anni fa il nostro provider ECM, Clinical Forum, intercettò un potenziale bisogno formativo: Anche se sempre meno persone sembrano interessarsi al tema delle dipendenze da sostanze stupefacenti, sia le sostanze sia le dipendenze continuano a esistere, e la loro esistenza non riguarda soltanto i medici specializzati dei SERD, ma anche un ampio numero di professionisti della sanità.
Per questo motivo organizzammo un ciclo di incontri sul territorio nazionale dedicato ai professionisti dei SERD, ai medici dei pronto soccorso e ai medici di medicina generale.
Quegli incontri ebbero un grande successo perché si rivolgevano a professionisti spesso ignorati, costretti a seguire corsi appartenenti ad altre specializzazioni per ottemperare agli obblighi formativi, ma privi di progetti realmente pensati per le loro esigenze.
Il comitato scientifico, composto da medici dei SERD del Nord Italia, si riuniva nella nostra sede.
Seguire i lavori del comitato scientifico che progettò quei corsi fu per me molto illuminante. Spazzò via molte delle convinzioni che avevo sul funzionamento delle dipendenze e, soprattutto, mi offrì importanti spunti di riflessione sul lavoro di questi medici.
Ricordo che uno dei loro maggiori problemi era l’arrivo nei pronto soccorso di tanti ragazzi che andavano in discoteca, assumevano sostanze di cui spesso ignoravano perfino il nome e finivano per stare male, molto male.
Per quei medici era una situazione estremamente difficile. Quando uno di quei giovani arrivava in pronto soccorso, nessuno sapeva con certezza che cosa avesse assunto. Di conseguenza non era possibile impostare una terapia specifica. Nella maggior parte dei casi non restava che tenerlo in osservazione, sedarlo, se necessario, e idratarlo per favorire l’eliminazione delle sostanze dall’organismo.
Questo episodio si aggiunge alle mie convinzioni sui costi sociali delle dipendenze, sui costi che tutti paghiamo e sul danno che infliggiamo alle garanzie e alle libertà delle persone in nome della guerra alla droga.
Ma mi ha anche offerto un ulteriore argomento a sostegno di una posizione che sostengo da molti anni: la legalizzazione di tutte le sostanze stupefacenti è necessaria.
Se le persone, invece di rivolgersi al crimine organizzato, potessero acquistare queste sostanze all’interno di un sistema regolamentato, esisterebbero almeno alcune garanzie fondamentali: dosaggi standardizzati, controlli di qualità, ingredienti conosciuti e tracciabilità della produzione. Tutti elementi che oggi mancano completamente nel mercato illegale e che contribuiscono a rendere ogni assunzione una scommessa potenzialmente fatale.
Aumenterebbe il numero dei consumatori? Forse. Ma, arrivati a questo punto, potrei anche rispondere: «E allora?».
Abbiamo consumato così tante risorse e sacrificato così tanta civiltà del diritto nel tentativo di combattere questa guerra che, forse, ci costerebbe meno, socialmente ed economicamente, cambiare radicalmente strada.
Se il prezzo da pagare per perseguire un ideale astratto è la perdita di vite umane, di risorse pubbliche e di diritti fondamentali, allora vale la pena chiedersi se non sia la strategia stessa, e non i suoi obiettivi, ad aver fallito.
Purtroppo, per salvare l’anima di chi non si droga, le nostre società hanno scelto troppo spesso di perdere i corpi di chi lo fa.


