Sul quotidiano della borghesia, Alessandro Aleotti (che ha le sue colpe: economista bocconiano, imprenditore nel tech, giornalista/editore, fondatore e presidente di club calcistici, pensatore filosofico, docente e collaboratore del Corriere della Sera.) propone una riflessione sulla “nuova borghesia che deve tornare ad ascoltare il respiro di Milano”.
Il suo contributo è interessante, soprattutto quando ci ricorda che la vecchia borghesia, per quanto snob e un po’ paternalista, almeno conosceva il nome del portinaio.
Esisteva una catena lavoro-ricchezza che passava anche per le cene di condominio e le chiacchiere al bar. Oggi invece, tra coworking e delivery, il lavoro è evaporato, la ricchezza è diventata eterea, e il bar è un concept store in odore di “gintoneria” con caffè filtrato a 5 euro.
Esisteva una catena lavoro-ricchezza che passava anche per le cene di condominio e le chiacchiere al bar. Oggi invece, tra coworking e delivery, il lavoro è evaporato, la ricchezza è diventata eterea, e il bar è un concept store in odore di “gintoneria” con caffè filtrato a 5 euro.
A destra si celebra il capitale, a sinistra si discute animatamente di pronomi e ZTL, mentre l’economia (ormai finanza), la politica e il tessuto sociale si ignorano cordialmente come tre ex compagni di scuola che si incontrano per caso. E chi dovrebbe guidare Milano sembra più un officiatore di riti urbani che un amministratore: parla in acronimi, vive in rendering, e non ha mai preso la 90 in orario di punta.
Persino Salvini (e penso tutto il male possibile di questo figuro) quando dice che «Con le ZTL il centrosinistra crea una città per ricchi», coglie (per puro caso, sia chiaro) un punto. Non perché gli importi qualcosa, ma perché ogni polemica è buona per il suo teatrino. Eppure, dietro quella frase c’è una verità: certe scelte urbanistiche, fatte senza ascoltare il battito della città, hanno cambiato non solo il traffico, ma anche la demografia. E non in meglio.
Milano attira investimenti e milionari come una calamita dorata, ma il prezzo di tutto — case, caffè, parcheggi, sogni — è salito alle stelle. Chi non ha comprato casa prima del 2000 può serenamente trasferirsi nella seconda fascia dell’hinterland, e ringraziare. La città si svuota di residenti e si riempie di studenti, turisti e manager in trasferta. Che sia vero o no, poco importa: così viene vissuta.
E questo ha effetti politici. Perché chi si sente escluso, chi vive il pendolarismo come una condanna, non vota pensando al futuro, ma al parcheggio. E allora ci chiediamo: sono così anche Londra, Amsterdam, Parigi? Forse. Ma lì (dicono) i servizi funzionano, i redditi sono diversi, e il trade-off è meno amaro. Qui, l’affare sembra essere stato per pochi.
Poiché non si torna indietro — non rivedremo la Falck, non abbatteremo i business center, non torneranno i cumenda con la giacca di fustagno e il cuore in Piazza Affari — la domanda è: come rimettere al centro le persone? Se non della finanza (che le considera solo come “target”), almeno della politica.
L’articolo di Aleotti era già linkato sopra, comunque questo è il link
bella l’immagine di copertina, vero? è stata scattata al Museo della Scienza e della Tecnica da Dimitris Vetsikas e io l’ho trovata su Pixabay


