Le lezioni di Diritto Penale I erano veramente uno spettacolo, ed era inevitabile che fosse così, dato che a tenerle era un avvocato abituato alle aule di tribunale come il professor Federico Stella. Pur senza avere la faccia tosta di Vittorio De Sica quando difende la Lollobrigida, dominava comunque l’arte della retorica alla perfezione.
Tra le tante perle che ricordo ancora oggi, a distanza di quasi quarant’anni, c’era la sua osservazione sull’illecito colposo: per evitare, o meglio, per provare a evitare, la contestazione di un reato colposo era necessario dimostrare di aver indossato sia le bretelle sia la cintura per sostenere i pantaloni. E persino in quel caso avrebbe potuto non bastare.
Questa immagine evocata dal professor Stella mi è tornata in mente proprio questo pomeriggio, quando il mio caro amico Poorva mi ha mandato dall’India il video di un piccolo progetto di innovazione tecnologica. Si tratta di un dispositivo principalmente al servizio della sicurezza sanitaria negli ambulatori e negli ospedali situati in località disagiate, dove l’accesso ai servizi per la distruzione sicura dei rifiuti biologicamente pericolosi è estremamente difficile.
Nel video vediamo l’invenzione. È un dispositivo interessante: somiglia a una piccola torcia pirolitica domestica, in pratica a un inceneritore in miniatura. Potrebbe trovare applicazione nelle realtà più piccole: ambulatori, ospedali minori e pronto soccorso territoriali.
Un dispositivo del genere potrebbe essere molto utile, perché i laboratori medici e i reparti ospedalieri potrebbero distruggere immediatamente i propri rifiuti biologici senza dover attivare una trafila complessa di fornitori, contenitori certificati per i rifiuti biologici, trasportatori autorizzati e impianti di incenerimento abilitati, oltre a tutta la relativa burocrazia. Non solo tutti questi elementi devono essere certificati, ma ogni singolo passaggio deve essere tracciato e documentato su registri vidimati.
Un dispositivo del genere potrebbe risultare utile anche da noi, riducendo la complessità della gestione dei rifiuti speciali. Temo però che non riuscirebbe mai a imporsi.
Credo infatti che si scontrerebbe con molte delle norme sulla tutela ambientale vigenti in Europa e, più in generale, nei Paesi del Nord del mondo. Da queste parti siamo ormai vittime dell’illusione di scambiare l’invisibilità dell’inquinamento per progresso ecologico: siamo passati dalle auto con motore a combustione interna a quelle elettriche pur di non vedere i gas di scarico, ma l’elettricità non si produce certo per grazia ricevuta. Continuiamo a bruciare gas e carbone e alcuni Paesi hanno persino chiuso le centrali nucleari di cui disponevano.
Sono sicuro che qualcuno penserà che sia tutta colpa dell’Unione Europea. In Europa, del resto, va di moda attribuire all’UE qualsiasi problema, persino le difficoltà in camera da letto. Ma credo che la realtà sia diversa: nelle società ricche del Nord del mondo abbiamo sviluppato un rifiuto quasi istintivo verso qualsiasi manifestazione evidente dell’impatto umano sull’ambiente e una crescente avversione per ogni forma di rischio.
Per questo ci siamo dotati di regolamenti sempre più stringenti, pensati per rassicurare le persone che non vedranno nulla di sgradevole e non correranno alcun pericolo. Quando tutti vogliono evitare qualsiasi rischio e qualsiasi responsabilità, l’unica risposta possibile sembra essere quella del professor Stella: «Un impegno concreto: cintura e bretelle per tutti». O forse era il caro vecchio Silvio?
Queste normative, tuttavia, finiscono spesso per soffocare l’innovazione e far lievitare i costi che ricadono sull’intera collettività. Soprattutto, favoriscono la formazione di vere e proprie rendite di posizione: il mercato dello smaltimento dei rifiuti speciali muove miliardi ed è popolato da operatori pronti a investire risorse significative pur di ostacolare l’ingresso di nuovi concorrenti.
Sono disposto a ricredermi, ma al momento questa resta la mia opinione.