All’età di quindici anni, mese più mese meno, ho iniziato a programmare nel linguaggio macchina dello Zilog Z80, il microprocessore montato sui Sinclair e su molti dei computer che costituirono il cuore della rivoluzione dei personal computer negli anni precedenti all’affermazione degli “IBM compatibili”, poi sono passato al BASIC… poi mi sono laureato in giurisprudenza.
Gli anni passano, tante cose si dimenticano, ma, per usare una frase generalmente attribuita a Édouard Herriot, «la cultura è ciò che resta quando si è dimenticato tutto». E quindi l’approccio del giovane programmatore non l’ho perso.

È proprio questo approccio all’origine della mia diffidenza verso i prodotti Apple: roba che ti chiede di essere usata senza bisogno di essere compresa. Una cosa che, lo ammetto, mi fa girare i coglioni.
Ciononostante, visto sono costretto a usare l’iPhone, lo uso.

Per il mio sessantesimo compleanno, la mia sorellina, pericolosa come tutte le donne sarde ma generosissima, mi ha regalato una cuffietta senza fili Apple. Beats Flex. Ed è qui che iniziano i guai.
La retorica dei prodotti Apple vuole che tu li tiri fuori dalla scatola e possa iniziare a usarli immediatamente. Sicuramente per colpa mia, ma con me non è andata così.
Mia sorella sostiene che lei faccia soltanto due cose: la prima è metterle in carica quando torna a casa, ottima abitudine che seguo anch’io; la seconda è indossarle e separare gli auricolari magnetici quando deve usarle. Fine.
Per lei funziona.
Per me, ogni volta che devo telefonare, dettare appunti, rispondere a una chiamata o dare ordini all’odiato telefono, è un casino. Non so mai se la cuffietta sia accesa oppure no, perché dovrei controllare una lucetta bianca che ho dietro un orecchio e non certo davanti agli occhi. Non so se devo premere una volta per rispondere, premere a lungo, tenere premuto ancora più a lungo, fare la giravolta, farla un’altra volta, o fare qualcos’altro. Insomma, ogni volta è un’avventura.

Il problema non è tanto la mia autostima, ma il fatto che non vorrei mai far pensare a mia sorella che non apprezzo il suo regalo (lo apprezzerei anche se mi avesse regalato una cipolla, perché i suoi regali non sono mai disattenti, ed è questo ciò che conta).
Così oggi sono andato all’Apple Store di Piazza Liberty.
Mi sono detto: questa cuffietta costa comunque più di quanto io vorrei spendere per un intero telefono; ci sarà pure qualcuno che sa usarla.

Nel negozio c’era un fottio di gente. Un affollamento che sembra studiato apposta per suggerirti che l’attesa è parte dell’esperienza: se devi aspettare per parlare con un Genius, significa che hai comprato il prodotto più desiderato del mondo. Tutti vogliono Apple e quindi anche la tua attesa diventa una conferma del tuo status.
Dopo un po’ ho incontrato una signorina, una Apple Genius. Le ho spiegato il mio problema e lì si è aperto il cielo.
«Guardi, sì, ho capito. Credo che non ci sia nessuno tra i miei colleghi che possieda o sappia usare quella cuffietta. Però, se vuole, può parlare con qualcuno che le spiegherà come alzare o abbassare il volume e altre cose.»
Mentre raccoglievo le palle che avevano già raggiunto lo strato geologico del petrolio, ho ringraziato, fatto una battuta comprensiva e me la sono battuta.
Ed è lì che mi sono ricordato perché Apple mi lascia sempre perplesso.

C’è una sottile ironia nell’idea che in un Apple Store il personale sia addestrato alla liturgia dell’ecosistema, ma che, davanti a una cuffia con due tasti e un cavo magnetico, la risposta sia: «Nessuno sa come si usa, però possiamo spiegarle come si cambia il volume».
Apple ha costruito il suo impero non tanto sull’invenzione dell’hardware di punta quanto sul controllo totale del perimetro, il famoso “giardino dal recinto d’oro”. Il software è cucito attorno a un numero limitato di piattaforme hardware proprietarie; questo permette ottimizzazioni che altri produttori possono solo sognare e consente di nascondere gran parte della complessità.
La famosa “superiore esperienza utente” nasce in larga misura da qui. Apple arriva spesso più tardi della concorrenza su molte tecnologie, ma dispone del tempo necessario per integrare hardware e software e disegnare tutto intorno ai vantaggi e ai limiti di ogni singola scelta tecnica.
Il prezzo di questo approccio, però, è un’interfaccia a scatola chiusa pensata per un utente passivo. Finché l’utente rimane sul binario previsto, il celebre “it just works” sembra magia. Ma nel momento in cui chiedi una diagnostica, un’informazione chiara o semplicemente vuoi capire che cosa stia succedendo, il sipario si apre e la magia svanisce.
Quando gratti via la porporina della tecno-setta dai sorrisi ebeti che popolano gli Apple Store, rischi di accorgerti che sotto c’è molto meno di quanto il marketing prometta.
Tanto vi dovevo.