Chi scrive, da decenni, per motivi di militanza civica e per il fatto di occuparsi di compliance normativa in un ambito difficile come quello della comunicazione sanitaria, si è trovato a leggere e vedere almeno fastidiose, altro che le «navi da combattimento in fiamme ai bastioni di Orione».
Ho visto studenti asini presentarsi alla discussione della tesi magistrale in Medicina con una dissertazione sul fatto che l’HIV non causa l’AIDS e che l’AIDS non è una condizione letale, e ciò senza essere linciati seduta stante dalla commissione di laurea.
Ho visto professori universitari, gli stessi degli studenti sopra citati, che promuovevano la vendita di intrugli a base di amminoacidi, proteine e fermenti lattici contro le malattie più nefaste.
Ho visto presunti ricercatori scientifici che promuovevano le virtù antitumorali di una prugna selvatica.
Ho visto product manager più assatanati di un talebano, che si fermavano solo davanti a «...però bisogna chiedere alla vostra compliance cosa ne pensa».
Ho visto dirigenti del massimo istituto nazionale di ricerca scientifica che campavano e facevano carriera per anni mantenendo in vita ricerche agonizzanti su vaccini dei quali non si capiva bene se fossero preventivi o terapeutici, dai risultati scientifici insignificanti ma idonei, però, a drenare milioni di euro di risorse pubbliche in una ricerca inutile.
Infine, ho visto branchi di canaglie volteggiare come sciacalli su povere persone sconvolte da una diagnosi che un tempo era una condanna, per convincerle a non curarsi, a vivere una vita di sofferenza e a trasmettere la loro malattia a chissà quanti altri. Questa è stata la cosa più tragica.
Eppure, con tutta la rabbia che ho provato vedendo e combattendo certe cose, poche volte mi sono sentito moralmente abbattuto come dopo aver letto questo articolo del Corriere della Sera: https://www.corriere.it/cronache/26_settembre_07/roia-con-la-mia-medicina-biologica-anche-il-digiuno-puo-essere-una-cura-mangio-cereali-legumi-e-verdure-l-ansia-dipende-dall-5b2d9b4e-7e37-4d70-b45d-039617967xlk.shtml.
Personalmente credo che ognuno di noi debba sentire il dovere del proprio ruolo: non importa se fai il cardiochirurgo, il comunicatore, l’amministratore di condominio o chissà cos’altro. Ogni professione ha un significato particolare all’interno di una società complessa come la nostra, e per ogni professione esiste un insieme di doveri che derivano dall’impatto che il suo esercizio ha non solo sulla vita delle persone direttamente coinvolte, ma sull’intera società.
Nel caso di specie, penso che quando si fa parte della classe dirigente bisognerebbe essere coscienti dei doveri legati a questo ruolo.
Per quanto vi possa sembrare incredibile, persino il giornalista avventizio, pagato pochi centesimi a battuta, fa parte della classe dirigente: le sue parole, veicolate attraverso uno strumento che, per inveterata tradizione, suggerisce al lettore che dietro vi siano professionisti e una verifica della qualità dei contenuti, hanno il potere di indirizzare, di «dirigere», la formazione dell’opinione pubblica.
Un giornalista, che in questo caso non era avventizio bensì Stefano Lorenzetto, ha pubblicato sul Corriere della Sera, e non sul gazzettino del lupo marsicano, un’intervista a un medico generico (lo dice il sito della FNOMCeO) che dichiara di essersi formato o di operare in aree che definirei altamente discutibili, come agopuntura e Medicina Tradizionale Cinese, digiuno-terapia, iridologia, omotossicologia, oligoterapia, fitoterapia, idrocolonterapia, elettroagopuntura di Voll (EAV), omeopatia e approcci di medicina naturale o biologica.
Personalmente, ho un’opinione estremamente severa delle idee sostenute dall’intervistato e degli effetti che, a mio giudizio, possono avere sulle persone che vi si affidano. Potrei usare parole molto dure per descrivere ciò che penso di certe affermazioni e di certe pratiche. Non lo farò. Non per generosità, ma perché il bersaglio di questo articolo non è lui.
Il bersaglio è il giornalista che ha scelto di fargli da megafono e il quotidiano che ha scelto di pubblicare il risultato senza il minimo esercizio di spirito critico, senza contestualizzazione, senza verifica e senza una sola domanda realmente scomoda.
Il giornalista lascia libero l’intervistato di fare le affermazioni più sorprendenti. Non solo sulla propria attività, ma anche sui risultati che essa sarebbe in grado di ottenere, senza nessuna delle cautele che in medicina si utilizzano per ricordare alle persone che, perfino quando dietro a una procedura o a un trattamento esistono rigorosi studi clinici, la variabilità individuale può determinare il successo o il fallimento di una procedura o di una terapia.
Non sembra un’intervista. Sembra una telepromozione anni Ottanta: il presentatore introduce l’ospite, l’ospite racconta le virtù del proprio prodotto e nessuno pone una domanda scomoda. Manca solo la scritta «messaggio promozionale» in sovrimpressione.
Il giornalista che rinuncia a essere una voce critica e il quotidiano che pubblica senza problemi sono la fotografia di una classe dirigente che ha rinunciato a dirigere e si occupa semplicemente di assecondare i bisogni narcisistici della popolazione.
Il lettore vuole sentirsi raccontare che le malattie non esistono o che non hanno bisogno della medicina? Bene, il Corriere della Sera, invece di dire che le malattie esistono e che la medicina è l’unica strada per affrontarle, lascia che qualcuno dica che si può prevedere un tumore al seno con sei anni di anticipo guardando il fondo dell’occhio, senza fare una piega, come nell’«intervista» di Lorenzetto.
Pensando a tutte le volte che la medicina ha fatto la differenza nella mia vita e in quella delle persone che amo, mi domando come si possa essere così insipienti da fare da grancassa a scemenze del genere.
Un tempo c’erano i settimanali per famiglie a raccontare le mirabolanti avventure dell’esoterista della famiglia Agnelli; oggi è il Corriere della Sera a dire a tutti: «Ti manca un iridologo. Come fai a vivere senza un iridologo al tuo fianco?».
Dal giornalismo come voce critica al servizio dell’opinione pubblica siamo passati al semplice passaparola. George Orwell avrebbe probabilmente detto che non si tratta più di giornalismo, ma di pubbliche relazioni.
Post Scriptum
Ho scelto come immagine di questo post una vecchia pubblicità di Mike Bongiorno per i prosciutti Rovagnati.
Non è una presa in giro né dei prosciutti né di Mike, che anzi ho sempre ammirato.
Nel corso della sua carriera dichiarò più volte di essere consapevole del peso delle proprie parole e del fatto che milioni di italiani tendevano a fidarsi di lui. Per questo sosteneva di voler conoscere e valutare personalmente ciò che avrebbe poi pubblicamente raccomandato.
Non so se fosse sempre vero. So però che in tanti gli credevano.
Quando Mike Bongiorno compariva in televisione a parlare di un prodotto, sapevo che stava facendo pubblicità. Eppure avevo l’impressione che avesse esercitato più spirito critico lui prima di prestare il proprio volto a un prosciutto di quanto ne abbia esercitato il Corriere della Sera prima di pubblicare questa intervista.
Forse è questo il motivo per cui oggi mi fiderei più di Mike Bongiorno che del Corriere della Sera.


