Questa storia sarebbe divertente, se non confermasse tutte le mie paure riguardo all’opportunismo della nostra sinistra. Fino a ieri li vedevi pronti a metterti al rogo per un pronome sbagliato, a teorizzare l’esistenza di 32 generi diversi e il diritto di chiunque di riconoscersi come un tostapane o una lavasciuga. Nel giro di una notte sono passati tutti all’imitazione di San Pietro: «Chi? Cristo? Io non lo conoscevo. Secondo me ti sbagli e ti confondi con un altro», hanno cambiato linea con una velocità che neppure l’Esselunga quando passa dai panettoni a coriandoli e stelle filanti.
Da tranquillo signore che vorrebbe soltanto essere lasciato in pace dagli estranei e dai vicini di casa, e che vorrebbe soltanto sapere che gli saranno riconosciuti gli stessi diritti civili in vigore per tutti, l’idea di non dover più litigare con qualcuno convinto di essere più gay friendly di me mi fa soltanto piacere. Allo stesso tempo, però, tutto questo mi disgusta.
Ho sempre saputo di non poter contare sul sostegno convinto del centrodestra, troppo di destra e troppo socialista per riconoscere fino in fondo i miei diritti di individuo. Me ne sono sempre fatto una ragione e ho cercato di fare in modo che la parte politica che sostiene le mie altre convinzioni su come debba essere organizzata la società, almeno, non mi danneggiasse. Nei decenni, persino la parte più discutibile del centrodestra italiano, tutto sommato, si è limitata alle chiacchiere e, dalla nascita della Repubblica a oggi, abbiamo avuto almeno un Presidente del Consiglio gay, un buon numero di ministri gay e, soprattutto, un lento ma solido progresso dei diritti civili.
Poi ai diritti civili si è sostituita la fanfara. Si è costruita una narrazione più complessa che negava l’autonomia dei diritti civili per legarla a un sacco di altre cose. Questo significa intersezionalità. Il mio desiderio di essere lasciato in pace e di poter costruire la mia vita sotto la protezione della legge è stato trasformato nello strumento di un sordido progetto di demolizione dei pilastri dell’Occidente, con la pretesa che la legge, anziché occuparsi dell’individuo, inquadrasse i singoli in categorie e attribuisse a ciascuna di esse diritti e facoltà diffeerenziate, spesso a danno di altri individui.
Ci siamo trovati a sorbirci il racconto sulla bellezza dell’avere corpi che rappresentavano veri casi clinici di rischio cardiovascolare, di patologie del sistema scheletrico o di tumori; un racconto che l’Ozempic sembra aver spazzato via nel giro di pochi mesi. A doverci sentire in colpa per condotte che non appartengono alla nostra storia; a preoccuparci della permalosità dei nuovi arrivati o di chi non solo chiede diritti e dignità, ma pretende corsie preferenziali per l’accettazione e l’avanzamento sociale.
Lo sapevo che sarebbe finita male, ed è finita malissimo. Le persone non necessariamente sono cattive, ma non puoi costringere un’intera collettività a sentirsi in colpa a ogni piè sospinto per qualcosa che non ha fatto o della cui esistenza si potrebbe addirittura dubitare, come nel caso dei 32 generi di cui sopra. Così la reazione è montata. Non necessariamente in modo spontaneo, perché sono sicuro che in tutta questa storia ci sia stato anche un processo di ingegneria sociale finalizzato a promuovere certe posizioni politiche. Ora la valanga sembra difficilmente controllabile.
La situazione è così difficile che persino quella furba minus habens Ocasio-Cortez se n’è accorta e, poco dopo, abbiamo assistito al classico «contrordine, compagni», su cui Giovannino Guareschi avrebbe infierito.
Palesemente, tutto il circo messo in piedi nell’ultima decina d’anni era puro marketing, perché nessuno tra quelli che fino a ieri ne componevano la banda suona più quella musica.
E allora ti accorgi che tu, e tanti come te, siete stati presi in giro e usati soltanto per l’ennesimo racconto utile alla costruzione dell’ennesima battaglia contro il nostro modello di società. I diritti civili degli uomini e delle donne della minoranza LGBT non c’entravano nulla: sono stati soltanto il grimaldello utilizzato per lanciare un attacco su più livelli al nostro modo di essere.
Più volte ho detto: «Mi fanno paura perché, quando non serviremo più, saranno i primi a svenderci per qualcosa d’altro». Non pensavo che sarebbe successo così in fretta, che si potesse diventare inutili alla propaganda politica di quelli «buoni e giusti» nel giro di così poco tempo.
Restano ancora il racconto della nostra presunta cattiveria nel non accogliere chiunque voglia approfittare del nostro welfare e imporci il proprio stile di vita, e quello su quanto siamo cattivi a voler usare l’energia nucleare occidentale anziché il petrolio e il gas delle satrapie e i pannelli solari e le pale eoliche cinesi; ma spero che questo disastro abbia almeno il merito di costringerci a guardare la realtà per quella che è.


