In una delle sue opere più celebri e profonde, Le miserie del processo penale, pubblicata per la prima volta nel 1957, Francesco Carnelutti – nel capitolo significativamente intitolato La sofferenza – scrive:
«L’imputato, se anche sarà assolto, è già stato punito: il processo è di per sé una pena».
Carnelutti spiega come l’essere sottoposti al giudizio dello Stato, con tutto ciò che ne deriva in termini di stigma sociale, ansia, costi economici e limitazioni alla libertà, costituisca un’afflizione reale, indipendentemente dal verdetto finale.
In un’epoca nella quale domina il “indagateci tutti”, in cui si afferma che lo scopo della magistratura sarebbe un generico controllo – persino preventivo – della legalità, e in cui il “se l’hanno arrestato qualcosa ci sarà” è diventato un pregiudizio radicato nelle menti di molti, temo che questa massima, così attenta al dolore delle persone, non trovi più molte orecchie disposte ad ascoltare.
Eppure, se ci pensiamo, il processo è davvero almeno tre volte una pena.
Il processo come attesa e incertezza
Quando non si tratta di una vicenda del tutto marginale, qualunque processo – anche civile – è una pena perché, per tutta la sua durata, la persona che lo subisce si domanda quale ne sarà l’esito.
Non importa sentirsi nel giusto o credersi innocenti: l’interrogativo rimane, ossessivo, sul “come andrà a finire”.
Un avvocato più esperto o prestigioso ad assistere la controparte, un documento smarrito e non più recuperabile, una ricostruzione dei fatti suggestiva oppure semplicemente un trend dell’opinione pubblica possono alimentare dubbi continui. Si può essere innocenti quanto si vuole, ma la possibilità della sconfitta non abbandona mai del tutto.
Mi è capitato anche di recente di assistere a un caso in cui l’accusa poggiava quasi esclusivamente sulle parole di una persona dalla credibilità compromessa e da scarsissime evidenze. Ma si trattava di un’accusa circondata dall’orrore sociale, e il rischio di una condanna risultava troppo pesante – economicamente e in termini di libertà personale – rispetto alla possibilità di un patteggiamento con sospensione della pena che, nel caso di un imputato prossimo agli ottant’anni, non avrebbe avuto alcun effetto reale sulla sua residua vita. L’imputato ha ovviamente scelto di patteggiare, per il proprio bene; non so quanto bene, invece, ne sia venuto alla Giustizia.
Il processo come danno economico irreparabile
Il processo è una pena anticipata anche perché può rovinare economicamente.
Non serve ricordare Giulio Andreotti costretto a vendere la sua collezione di francobolli per far fronte agli anni di spese legali – esempio sul quale, volendo, qualcuno potrebbe pure obiettare che “se lo meritava”, ricadendo nel solito giudizio sostanzialistico.
Ma la domanda resta: quanti di noi potrebbero sostenere una causa penale senza vendere la casa di famiglia, ridurre drasticamente il proprio tenore di vita o intaccare decenni di risparmi destinati a un tranquillo pensionamento?
Le spese di giustizia sono imponenti, nel penale e nel civile.
Spesso la scelta di chiedere giustizia si compie mettendo sull’altro piatto della bilancia la sostenibilità economica. Non siamo tutti Berlusconi, non tutti possiamo permetterci studi legali dedicati.
Per la maggior parte delle persone, le spese di giustizia sono come quelle del dentista: vorresti curarti, ma i soldi non li hai, e alla fine ti ritrovi con una dentiera pagata a rate.
Il processo come condanna senza possibilità di riscatto
Il processo è una pena perché il fango non se ne va mai del tutto.
Che tu sia innocente o colpevole, non esiste un vero oblio.
Se il tuo nome è stato associato a qualcosa, prima o poi quel “qualcosa” tornerà a galla: sul nuovo posto di lavoro, tra i vicini di casa, tra potenziali investitori o collaboratori, che magari preferiranno evitare domande per le quali non avrebbero risposte.
I giornali ce lo mostrano quotidianamente: è sufficiente essere stati indagati – non condannati, nemmeno processati – per portare addosso una macchia indelebile, un marchio di Caino che non verrà mai cancellato e riemergerà ogni volta che a qualcuno potrà tornare utile.
A settant’anni dalle riflessioni di Carnelutti, il suo monito resta bruciante.
Le richiamo perché, anche se tutto ciò riguarda forse più il senso del giusto e dello sbagliato nell’animo umano che la nostra Costituzione, basterebbe interrompere almeno ogni tanto la presa diretta tra accuse ancora da verificare, rinvii a giudizio e processi talvolta inutili per ridurre un poco quel male che il nostro sistema di giustizia diffonde nella vita delle persone comuni.


