Ho già raccontato che, quando ero bambino, avevo la tessera della biblioteca comunale di zona, allora ospitata nell’onusto casello daziario di piazzale Oberdan, scrigno d’infiniti segreti e tesori.
In quel piccolo spazio si trovavano una collezione completa dell’Enciclopedia Treccani, quotidiani e settimanali, libri raccolti da un’amministrazione che, nonostante dal dopoguerra fino alla Seconda Repubblica fosse stata sistematicamente guidata da sindaci socialisti e da giunte almeno di centrosinistra, quando non proprio di sinistra, era riuscita a conservare la biblioteca nel suo ruolo di custode di ogni cultura e di ogni orientamento politico, offrendo accesso anche alla migliore letteratura conservatrice.

In quella biblioteca scoprii, per esempio, la penna di Indro Montanelli. Fra gli scaffali si trovava la monumentale Storia d’Italia, che oggi possiedo anch’io e di cui ancora non sono riuscito a leggere i volumi successivi al primo dedicato al Ventennio. Il brillante giornalista che aveva raccontato i secoli precedenti con uno stile vivace e coinvolgente era troppo vicino, temporalmente e spiritualmente, a quegli anni per poterli narrare senza un continuo richiamo, esplicito o percepibile tra le righe, al peso delle responsabilità della sua generazione e delle proprie scelte individuali. Questo rendeva quel racconto, probabilmente già pesante da scrivere, anche doloroso da leggere: la mia Patria stava dalla parte sbagliata della storia e marciava verso il disastro.  Non sono mai riuscito a proseguire.

Su quegli scaffali trovai molte cose bellissime da leggere e, tra esse, due piccoli quadretti dei quali ancora oggi mi meraviglio. In uno vi era il triste racconto del decadimento della Democrazia, uccisa dalla licenza e trascinata verso la tirannide; nell’altro, la celebre elegia di Luigi Einaudi agli imprenditori.

Continua a stupirmi il fatto di aver potuto leggere quei testi negli anni Settanta in una biblioteca comunale. O forse è soltanto l’ennesima prova che certi custodi della cultura sono molto bravi a parlarne ma meno inclini ad aprire davvero i libri, e perciò spesso non sanno nemmeno quel che custodiscono.

Soprattutto, però, rifletto sul fatto che tutto ciò che possiamo dire oggi è già stato detto.
Che una Democrazia incapace di farsi rispettare, di garantire l’ordine e la sicurezza, di difendere la dignità delle istituzioni e il prestigio della legge, sia destinata a scivolare verso la tirannide, lo scriveva già Platone nella sua Repubblica, quasi ventiquattro secoli fa. Oggi possiamo soltanto constatare quanto quelle parole restino attuali e quanto sia pericoloso demolire sistematicamente tutto ciò che ancora mantiene viva la fiducia dei cittadini nel proprio Paese.

Quanto all’elegia degli imprenditori, essa conserva la freschezza di una favola di Esopo. Ci mostra che il desiderio di costruire, di migliorarci e di migliorare ciò che ci circonda è uno dei motori fondamentali della vita umana e che i risultati economici non sono altro che conseguenze, effetti secondari.

Per comprendere un racconto così limpido, però, non bisogna essere ottenebrati dall’ideologia. Bisogna riconoscere che il cuore dell’uomo è al centro della storia, nel bene e nel male; che l’economia, ma anche la politica, ne sono soltanto dei capitoli; e che, quando smettiamo di guardare all’uomo, finiamo per distruggere il mondo.