Di tutte le finte ingenuità di cui è cosparsa la propaganda per il “no” a questo referendum, la domanda «ma cosa c’entra il caso Tortora?» è quella che più di tutte mi manda fuori di testa.

Era il giorno della nostra prova “scritta” di laboratorio di elettronica (la follia di una materia pratica esaminata con uno scritto) per passare al ciclo successivo delle superiori – quello che poi mi avrebbe portato alla maturità e all’università – quando, mentre facevo colazione con il solito sottofondo di GR2, sentii la notizia allucinante dell’arresto di Enzo Tortora.

Arrivato a scuola per fare questa benedetta prova, i miei compagni mi diedero del matto: “ma non dire cazzate, ci prendi per il culo, chi vuoi che arresti un presentatore televisivo per associazione camorristica?”. Già allora, agli occhi di qualunque persona dotata di un minimo di buon senso, la storia appariva allucinante: sia se fosse stata vera, sia – com’era – che si trattasse di una vergognosa messa in scena.

Eppure, continuate a chiedere «Ma cosa c’entra il caso Tortora?».

Il caso Tortora non è stato un evento occasionale, irripetibile, privo di significato. È stata la prova generale dei tentativi di golpe delle nostre toghe. Dopo un ventennio di “interpretazione alternativa” e progressista dei codici, le toghe passarono al livello successivo: inchieste a tema, arresti a strascico, processi trasformati in spettacoli con corti intimidite dall’opinione pubblica.

È con il maxi-processo alla camorra del caso Tortora che iniziano a delinearsi le vergogne che avrebbero caratterizzato i quarant’anni successivi: inchieste basate sui romanzi scritti da pubblici ministeri fantasiosi, stampa prostituita alle procure e pronta a rinunciare all’informazione per trasformarsi in organo di propaganda (lo stillicidio di dettagli vergognosi e fantasiosi sul caso Tortora è stato poi replicato in ogni altro grande processo), corti locali schiacciate dalla pressione mediatica e terrorizzate dall’idea di contraddire la narrazione accusatoria.

«Ma cosa c’entra il caso Tortora?»
C’entra eccome: è il modello, l’epitome di ogni grande vicenda giudiziaria dei quarant’anni successivi.

Il dilagare totale delle tesi accusatorie, la gogna per chiunque osasse opporsi all’impianto dell’accusa, l’irresponsabilità totale per ogni porcata commessa. Dalle dichiarazioni dei pentiti concordate in caserma – con la complicità di forze dell’ordine e PM – nel caso Tortora, al mercimonio tra libertà personale e accuse durante Mani Pulite; dai pubblici ministeri del caso ENI che nascondevano prove favorevoli all’indagato, agli arresti “tanto al chilo”, di un certo popolarissimo PM televisivo che oggi, guarda caso, guida le forze della reazione fascista contro la riforma.

«Ma cosa c’entra il caso Tortora?»
C’entra, perché che sono quarant’anni che aspetto che qualcuno renda giustizia a una persona perbene – magari un po’ stucchevole nei modi, ma perbene – e che venga finalmente stabilito un principio elementare: la pubblica accusa è una parte del procedimento, non un organo sopra le parti.

Sono quarant’anni che aspetto che almeno le porcate più grosse vengano punite.
Tutti i PM e i giudici che hanno condannato Tortora in primo grado hanno fatto carriera. Il giudice che l’ha assolto, invece, Michele Morello, relatore della Corte d’Appello che assolse Enzo Tortora il 15 settembre 1986, fu sottoposto a procedimento disciplinare per la frase: «Abbiamo condannato chi andava condannato e assolto chi andava assolto.»

Sono quarant’anni che attendo che il popolo – secondo la Costituzione, titolare della sovranità – rimetta in piedi la civiltà del diritto in questo Paese.