La tentazione di fare dei leader del passato un santino è sempre dietro l’angolo, ma nelle persone non ci sono solo le luci, non ci sono solo le ombre, e un politico difficilmente può diventare un santino e, pur riconoscendo gli indubbi meriti civili di Emma Bonino e gli scarsissimi esiti politici di Raffaele Costa, in entrambi i casi non ci troviamo di fronte a Maria Goretti.

Quando oggi ci scandalizziamo di fronte alla violenza, alla volgarità e alla sregolatezza della comunicazione politica, forse dovremmo ricordarci che non tutto è nato ieri mattina.

Emma Bonino e Marco Pannella sono stati i grandi artefici della trasformazione della nostra politica in senso americano. Hanno teorizzato il “partito taxi”, quello che serve a combattere singole battaglie e dal quale l’elettore scende una volta completato il percorso. Un partito senza ideologia, senza una visione complessiva della società capace di vincolare gli aderenti.

Hanno usato per primi tutti gli strumenti della comunicazione commerciale, trasformando radicalmente la comunicazione politica. Noi guardiamo ancora queste dinamiche con gli occhi dei militanti; loro organizzavano tavolini con ragazzi addestrati come promotori commerciali e il loro call center rappresentava un modello che avrebbe anticipato il telemarketing delle compagnie pronte a venderci piani tariffari imperdibili o occasioni irripetibili per risparmiare sul gas.

E non possiamo non ricordare le posizioni disarmiste e antinucleari del Partito Radicale. Marco Pannella, negli anni Novanta, sul disarmo in qualche modo si ricredette. Ma il disastro energetico e il nostro essere diventati ostaggio di alcune delle peggiori dittature del pianeta devono qualcosa anche alla scelta di sostenere il fronte contrario all’energia nucleare civile.

Infine, la campagna per “Emma Presidente”: ipocrita e falsa, perché del tutto estranea al percorso costituzionale che allora, come oggi, conduce all’elezione del Presidente della Repubblica. Fu però utilissima per dare visibilità e posizionare il Partito Radicale in vista delle successive elezioni politiche.

 

Quanto a Raffaele Costa, mi dispiace, ma non ho ancora capito che cosa abbiamo guadagnato tutti quanti noi, come italiani e come liberali, dalla sua presenza nelle cronache politiche del Paese.

Io ricordo quel foglio truculento che era Il Duemila: una pubblicazione aggressiva e violenta che utilizzò come una mazza per distruggere un Partito Liberale che non riusciva a conquistare. (Questo è il mio giudizio politico, che potrà infastidire qualcuno, ma la sua campagna contro il PLI nelle elezioni europee del 1989 non l’ho dimenticata).

Ricordo la superficialità con cui agitò per anni l’etichetta di “destra liberale”. Ricordo che smise di fare danni soltanto quando comprese che, con il declino del controllo di Renato Altissimo sul partito e con l’ascesa di Francesco De Lorenzo, non c’era più un interlocutore accomodante, ma qualcuno che possedeva insieme lo stile e l’autorità necessari per costringerlo a passare dall’opposizione a una minoranza collaborativa all’interno di un partito ormai in “mani forti”.

Poi, nel 1993, fu l’ultimo segretario del PLI. Onestamente parlando, era probabilmente l’unico che, essendo sempre rimasto ai margini dei giochi di potere interni, non rischiava le manette. Mi raccontavano anche che fosse animato da un sincero senso del dovere. Ma il passato non si cambia.

Se abbandoniamo la retorica tipica degli obituary, quella che trasforma tutti in Maria Goretti, possiamo dire che Emma Bonino è stata una protagonista spregiudicata di alcuni decenni della politica italiana, lasciandoci insieme grandi conquiste civili e un progressivo deterioramento della qualità del dibattito politico.

Di Raffaele Costa, invece, la mia memoria ormai traballante e forse traditrice conserva soprattutto il ricordo del macellaio di una vignetta comparsa sul suo fogliaccio.