Dal 27 agosto al 6 settembre 2026, nell’ambito della 62ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, il mio amico Angelo Orazio Pregoni è stato impegnato in una performance artistica, NATURA VIVA: il malato e il “secolo breve”, che ho visto nascere e preparare nel corso degli ultimi mesi.
Il progetto consisteva nella realizzazione dal vivo di una grande tela di tre metri per due metri all’interno del Padiglione Nazionale della Repubblica Unita di Tanzania, lo stesso che ospita diverse opere di Angelo per tutta la durata della Biennale.
A causa dei miei impegni familiari, non ho potuto essere presente a Venezia durante i giorni della performance e ho seguito il lavoro quotidianamente grazie ai racconti e alle immagini inviate dal team che lo affiancava.
Quello che segue non è quindi il racconto di uno spettatore presente in sala, ma lo sguardo di chi ha osservato quest’opera prendere forma giorno dopo giorno, interrogandosi sul suo significato e sulle emozioni che è stata capace di suscitare.

Ho passato gli ultimi dieci giorni a dire ad Angelo che stava andando troppo veloce, che la sua performance sarebbe finita ben prima del previsto.
Non avevo considerato che quella che dall’esterno può sembrare un’attività “a basso impatto” è in realtà, quando viene protratta per dieci giorni consecutivi, qualcosa di fisicamente molto impegnativo.
A questo si aggiunge poi un importante sforzo mentale. Ognuno di noi conosce la fatica del foglio bianco: sapere cosa vogliamo dire ma non riuscire a trovare il modo di iniziare, oppure non sapere come organizzare le idee. Pensate allora allo spavento di una tela larga tre metri e alta due che ti guarda, bianca e vuota, e si aspetta che tu le dia vita.
Tutto questo senza parlare della sfida che Angelo si era imposto: realizzare un’opera che parlasse di malattia senza scadere nei soliti luoghi comuni, affrontando il malato, il mondo che gli ruota attorno e il rapporto con la nostra cultura, rappresentata anche dalle icone pop coinvolte nel quadro.
Nelle fotografie che Giusi Lorelli inviava da Venezia giorno dopo giorno, ho visto avanzare questo dipinto e ho interrogato gli occhi di tutti quei “parenti” che, poco alla volta, si palesavano intorno al malato.
Ci sono sempre molti possibili piani di lettura per un’opera d’arte. In alcuni casi è semplice capire che cosa un quadro stia raccontando.
Quando Angelo dipinse il suo quadro sulla tragedia di Bucha, il dolore che emergeva dall’immagine era tale da non aver bisogno di grandi spiegazioni.
Qui, invece, una guida è quasi necessaria. Almeno se non si possiede la capacità di abbandonare per un momento i propri preconcetti visivi, quei filtri che ciascuno di noi applica alle informazioni che gli occhi inviano al cervello, e chiedersi semplicemente che cosa stia accadendo.
Ho trovato nell’articolo che Antonino La Vela ha dedicato a questa performance (https://www.antoninolavela.it/2026/09/angelo-orazio-pregoni-natura-viva-finished-venice-biennale-2026.html) una chiave di lettura che mi ha coinvolto.
La prima parte dell’articolo, a mio avviso, è fondamentale.
La sua riflessione sulla presenza del malato che, in realtà, non sempre è il protagonista per tutti coloro che gli stanno intorno, è potente.
Mi è tornato alla mente un altro dipinto abbastanza famoso: La lezione di anatomia del dottor Nicolaes Tulp (De anatomische les van Dr. Nicolaes Tulp) di Rembrandt van Rijn, realizzato nel 1632, quasi quattrocento anni fa. In quella lezione vediamo gli occhi degli studiosi e comprendiamo le loro attenzioni, il loro interesse; il corpo sul tavolo autoptico, invece, ci appare completamente distante.
Quattro secoli fa un cadavere. Oggi un malato.
La costante sembra essere l’idea che le vicende del nostro corpo ci privino del nostro ruolo e che chi ci sta intorno, anche quando è fisicamente vicino, spesso non sia davvero “con noi”.
Il malato diventa un corpo sul quale altri si esercitano, portando la loro sapienza o la loro attenzione; è il soggetto passivo dell’azione degli altri.
In questi due mesi, durante i quali mi sono trovato ad assistere un papà non solo vecchio e malato, come può esserlo il genitore di un sessantenne, ma anche ricoverato in ospedale, ho visto più volte manifestarsi questo cambiamento: una persona formalmente capace di agire da sola che, tuttavia, si scontra con il fatto di non essere più davvero l’unica a decidere per sé. Una persona che deve negoziare le proprie scelte con la famiglia, con i medici e con un sistema che si illude di saper gestire il malato meglio di quanto sappia ascoltarlo. Anche perché viviamo in una società che rifiuta ostinatamente di guardare negli occhi gli ultimi metri della nostra vita e preferisce raccontarsi che la vecchiaia e la malattia riguardano sempre qualcun altro.
Credo che il giornalista sia andato molto oltre il compito che si era prefissato perché, in questa prima parte, non ci ha raccontato soltanto il dipinto, ma una realtà fisica e spirituale, se possiamo chiamarla così, che ruota intorno alla malattia.
Ci ricorda che spesso, da malati, perdiamo centralità. E che rimettere il malato al centro dell’azione dovrebbe essere un imperativo.
Questa chiave di lettura non è scontata e, soprattutto, può essere a propria volta riletta secondo quei filtri che ognuno di noi usa nell’elaborare i dati che le nostre orecchie mandano al cervello.
È la seconda volta che uso questa immagine, e non è un caso.
Angelo, diversi anni fa, quando iniziammo l’avventura dei profumi, ripeteva spesso che l’olfatto è l’unico senso davvero primordiale: quello che trasferisce le informazioni dall’organo di senso al cervello senza lasciarci il tempo di contaminarle con le nostre opinioni. Possono esistere retaggi culturali, naturalmente, ma prese di posizione volontarie nei confronti di un odore sono molto più improbabili, proprio perché l’olfatto non ci lascia il tempo di “ragionarci sopra” e di alterare le informazioni che stiamo ricevendo.
Proprio perché è facile che i nostri pregiudizi intervengano nella valutazione di ciò che vediamo e di ciò che ascoltiamo, per me è stato importante che qualcuno mi proponesse una chiave di lettura di questo dipinto che trae la sua forza proprio dalla neutralità dell’osservatore: qualcuno che non è coinvolto né dalla storia raccontata né dal fatto di averla raccontata.
Troppe cose, in questo dipinto, meriterebbero di essere discusse. Ma non sono un critico d’arte e non ho la pretesa di esserlo.
Volevo soltanto condividere alcune emozioni e riflessioni nate osservando questo lavoro prendere forma giorno dopo giorno, e ringraziare Angelo per avermi coinvolto, anche da remoto, in questi dieci giorni di passione e follia.
le foto di questo post sono di Giusi Lorelli, https://www.giusilorelli.com


