Da oggi e fino al 6 settembre 2026, nell’ambito della 62ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, il mio amico Angelo Orazio Pregoni è impegnato in una performance artistica che ho visto preparare (Angelo è sostenuto dal punto di vista tecnico dalle aziende parte di CnC GROUP) e alla quale purtroppo difficilmente potrò partecipare dal vivo a causa dei miei impegni familiari.

Il progetto si intitola NATURA VIVA: il malato e il “secolo breve” e consiste nella realizzazione dal vivo di una grande tela di tre metri per due metri all’interno del Padiglione Nazionale della Repubblica Unita di Tanzania, Padiglione che ospita diverse opere di Angelo per tutta la durata della Biennale.

Messa così, è un po’ riduttiva, perché parlare di “un artista che dipinge un grande quadro” sarebbe un errore.

Non è una dimostrazione di forza fisica, ma una riflessione; prima sul tema della malattia e la figura del malato, un tema che ha spinto un’azienda farmaceutica globale (BeOne Medicines Italy) a sponsorizzare tutto il percorso di Angelo durante questa Biennale; ma anche sulla relazione tra la persona che vive la malattia e il mondo che la circonda: la medicina, la cura, gli affetti, la società, il tempo che passa e modifica ogni cosa.

Per raccontare questo rapporto, Angelo farà entrare nel dipinto alcune figure iconiche della cultura popolare del Novecento: personaggi come Charlie Chaplin, David Bowie, Frida Kahlo, Audrey Hepburn, Salvador Dalì e Diana Spencer. Angelo, con molta pazienza, mi ha spiegato il ruolo di queste figure: non le vede come “santini” della cultura pop del secolo scorso, ma come presenze che dialogano con il tema centrale dell’opera. Per lui sono i simboli di un secolo che continua a influenzare il nostro immaginario collettivo e il modo in cui guardiamo anche alla fragilità, alla sofferenza e alla speranza. Non posso dire che la lunga spiegazione di Angelo su quest’opera sia stata da me, che sono molto più terra-terra, appresa emotivamente, ma forse l’ho capita.

Quello che però ho trovato davvero affascinante, e sul quale sono sicuro che non in tanti concentreranno l’attenzione, è un aspetto che potrebbe non notarsi anche se è l’essenza del tutto: l’opera non è il quadro finale, ma il suo divenire.

Angelo Orazio Pregoni - Natura Viva - performance alla Biennale 2026 immagine del 27 agosto 2026 - photo by Giusi Lorelli
Angelo Orazio Pregoni – Natura Viva – performance alla Biennale 2026 immagine del 27 agosto 2026 – photo by Giusi Lorelli

Quando l’ho compreso (e ci ho messo un po’), sono rimasto colpito: per dieci giorni consecutivi Angelo metterà in gioco non solo la propria tecnica, ma anche la propria presenza fisica ed emotiva. Ogni giornata aggiungerà qualcosa e potrebbe anche modificare quello che era stato fatto il giorno prima, aprire possibilità nuove e chiuderne altre. Se avessi la fortuna di poter andare a Venezia, lascerei il padiglione con la certezza che ciò che vedrò alla fine non sarà solo “il dipinto completato”, ma proprio qualcosa di diverso; ho già visto, in piccolo, questo fenomeno in altre performance, come quella al Museo Galata di Genova (https://www.museidigenova.it/it/giano-no-race-u-man), con il dipinto che, crescendo, cambia: ti illude prima, ti delude poi (perché ti aspettavi altro) e alla fine ti sconcerta e ti costringe a rimettere in discussione le tue convinzioni precedenti e a rileggere tutto alla luce del risultato finale.

In un’epoca in cui siamo abituati a vedere soltanto il risultato finale, c’è qualcosa di straniante nell’osservare il lavoro mentre prende forma. Le esitazioni, le correzioni, la fatica, i cambi di direzione non vengono nascosti. Diventano parte integrante dell’opera stessa; e questo, secondo me, è un punto chiave della performance: non la dimensione della tela, pur impressionante, né il virtuosismo tecnico, ma il fatto che il quadro cresca giorno dopo giorno, quasi fosse un organismo vivente, fino al momento in cui Angelo poserà il pennello e concluderà quest’avventura.

Una riflessione molto bella su questo tema è contenuta nell’articolo di Antonino La Vela, che consiglio di leggere, pubblicata su https://www.antoninolavela.it/2026/08/angelo-orazio-pregoni-natura-viva-venice-biennale-2026; La Vela osserva come normalmente il pubblico veda soltanto l’opera terminata, mentre in questo caso viene invitato a confrontarsi con il processo creativo stesso, con il tempo necessario alla costruzione di un’immagine e di un significato. È una prospettiva che ho trovato particolarmente stimolante e che aiuta a comprendere la natura più profonda del progetto.

Ho chiesto ad Angelo un aiuto, per capire qualcosa di più, io che appunto non sono poi così capace di astrazione, e lui mi ha detto che «Quando il vento ti passa addosso ti accorgi infine che le tue cellule sono fuori posto. E la tua vicenda – di carne, ossa e sangue – farebbe qualsiasi cosa per essere solo vento… E la pittura è solo vento.» Quasi quasi lo disamico… 🤣

Per chi come me non potrà andare a Venezia, l’intera performance può essere seguita online in tempo reale: è possibile osservare l’evoluzione del dipinto giorno dopo giorno attraverso il diario live del Padiglione della Tanzania, su https://www.tanzanianationalpavilion.com/angelooraziopregoni.

Vi consiglio di dare un’occhiata anche solo per qualche minuto e poi tornarci nei giorni successivi.

 

 

 

Dimenticavo!
C’è anche “2026 – Il ritorno del Naso”.
Tra le opere presenti nel Padiglione Nazionale della Tanzania ci sono quattro profumi ideati da Angelo: un viaggio tra percezioni olfattive, richiami etnici, tecnologia, memoria e altre contaminazioni che, come spesso accade con il suo lavoro, sfuggono a definizioni troppo semplici.
Direi che quando Angelo smetterà per qualche minuto di agitare il pennello sarà il caso di affrontare anche questo argomento, perché merita un racconto a sé.
In fondo, questa volta, per capire l’opera non basta guardare: bisogna anche respirarla… intanto segnatevi questa parola: OTOTEMAN

 

 

le foto di questo post sono di Giusi Lorelli, https://www.giusilorelli.com