A prescindere dall’antipatia o simpatia che possiamo provare per Burioni, purtroppo ha ragione: c’è un abisso tra la preparazione di chi esce dalle scuole superiori oggi e di chi lo ha fatto quarant’anni fa come lui.
Le malattie, però, non sono diventate più semplici.
La scuola fa sempre più schifo, la qualità della formazione peggiora anno dopo anno, ma le malattie non diventano più semplici e le sfide della vita neppure.
Non è vero che si tratti solo di un lamento nostalgico: può sembrare così, ma in realtà è un appello disperato per il futuro dei nostri giovani.
E, certo, non do la colpa agli studenti: non puoi fare la pasta senza la farina, se un’istruzione di qualità non è più l’obiettivo della scuola, è inevitabile che i risultati siano questi.
Facciamo una premessa: prima, quando c’era il filtro all’ammissione ai corsi universitari, i risultati dei test erano più o meno gli stessi.
Le percentuali di ammessi erano bassissime: i giovani studiavano per mesi, frequentavano corsi costosi per prepararsi, spesso si iscrivevano a più esami di ammissione, eppure i risultati erano comunque tragici.
Per pura demagogia, sperando di lisciare il pelo all’opinione pubblica, questo governo ha voluto cambiare il sistema e si è tirato la zappa sui piedi.
Perché i test sono soltanto dei termometri: se gli studenti non sono in grado di superare un test standard, non lo saranno in qualunque momento glielo somministri.
Vogliamo dire che il test era troppo difficile? Può darsi, ma qualcuno l’ha superato e altri no.
Molti decenni fa si fece una battaglia contro l’università classista, cui si poteva accedere solo dopo il liceo.
Era una battaglia fondata, ma aver trasformato la scuola superiore in un prolungamento della scuola dell’obbligo è stato un suicidio.
A me dispiace fare questo tipo di riflessioni, perché mi sembra di essere uno di quei vecchi che dicono “ai miei tempi”, ma il crollo tragico che c’è stato intorno agli anni ‘80 nella qualità della formazione è innegabile.
Già alla fine di quel decennio uscivano, dai licei della Milano bene, di quelle bestie da fare spavento; oramai, se non hai dei genitori che ti costringono a leggere – possibilmente non gli instant book – sei condannato a crescere come una bestia.
Qui non si tratta di dire che noi eravamo studenti migliori, io sono stato un pessimo studente alle superiori: sono uscito bene dalla maturità solo perché in quella circostanza sono riuscito a far valere ciò che sapevo e perché, nell’esame scritto di fisica, le mie capacità non tecniche (oggi le bestie le chiamano “soft skills”) sono state fondamentali per salvare me e aiutare il resto della classe.
Ma il problema è che, una volta usciti dalle superiori o dall’università, gli sconti finiscono: la differenza di preparazione, di elasticità mentale, di capacità di impegnarsi su un obiettivo fanno la differenza.
Non si tratta solo degli studenti di medicina – i cui pregi e difetti peseranno non soltanto sulle loro carriere personali ma sulle vite dei loro pazienti futuri – ma questo discorso vale per ogni percorso universitario, ogni professione e ogni vita.
E no, non sono né nostalgico dei bei tempi andati né innamorato della durezza, ma dico queste cose per amore dei nostri giovani: perché la vita non fa sconti e non troveranno sulla loro strada qualcuno che “li capisce”, ma solo bastonate a cui devono essere pronti a difendersi.
Oggi poi ci sono i buoni sconto oramai istituzionalizzati nel nostro sistema di istruzione superiore: se sei sportivo, hai un cosiddetto disturbo specifico dell’apprendimento, un po’ di stress o qualunque altro “bollino” che ti associa a una sottocategoria, puoi ottenere che il tuo professore ti chieda di meno, pretenda di meno da te.
Ovviamente, questi “bollini” possono essere ottenuti nella maniera più italiana possibile: basta rivolgersi a professionisti compiacenti, pagare 100 € per un certificato o spacciare le due serate a settimana in una squadretta di pallanuoto amatoriale per un impegno agonistico vincolante.
È una corsa verso il basso per la quale alla fine tutti ottengono lo stesso titolo, ma qualcuno ha lavorato di più e ha imparato di più, qualcun altro invece no.
È stato un perverso patto generazionale: i professori hanno rinunciato ai loro obiettivi, anche perché hanno visto che molti genitori erano felicissimi di non assumersi la responsabilità che comporta il loro ruolo.
E poi, c’è un discorso liberale e di sinistra che sento di dover fare, e che rimane fondamentale.
Se nasci bene, se il patrimonio della tua famiglia o la professione dei tuoi genitori te lo consentono, puoi anche prendertela comoda: in qualche modo la tua vita non ne risentirà più di tanto.
Se “nasci farmacista” diventerai farmacista, se “nasci notaio” diventerai notaio e così via.
Ma se alla nascita, come patrimonio personale, hai ricevuto soltanto il cognome, è soltanto armandoti fino ai denti di preparazione e di capacità di ragionare che potrai riuscire a sfuggire alla tua condizione.
Ero alla scuola dell’obbligo quando la nostra professoressa di italiano ci fece studiare Brecht o, meglio, una sua composizione: la “lode dell’imparare”, altrimenti detta “impara l’ABC”, è tutto quello che c’è da dire sulla funzione dell’istruzione.
La funzione liberatrice dell’istruzione era ben chiara ai socialisti e ai borghesi illuminati di un tempo: le istituzioni di istruzione fondamentali sono state a lungo, per esempio, al centro del riformismo e del welfare all’ambrosiana, e rappresentano uno dei brillanti più lucenti della tradizione civica milanese.
Poi sono arrivati i comunisti che, nella loro orgiastica stagione di distruzione delle istituzioni borghesi, hanno travolto anche la scuola, trasformandola in un parcheggio in cui si insegna tutto tranne che a leggere, a far di conto e a ragionare, e i borghesi hanno solo fatto finta di opporsi.
Perché “karma is a bitch”, dicono, e la vendetta del karma è stata che, grazie ai comunisti, la parte meno fortunata della nostra società è stata condannata a restare nel suo ghetto, a non avere gli strumenti per crescere e per difendersi.
Infine, vedo nel lavoro la siderale distanza tra le generazioni e la loro preparazione: non soltanto l’insieme di nozioni che restano in testa una volta finito di studiare, ma soprattutto la capacità di usarle, di trovare soluzioni quando ciò che hai studiato, ciò che sai, non ti basta.
La quantità immane di laureati in “scienze delle frittelle” (ma anche di ben più altisonanti corsi di laurea) che affolla oramai le nostre aziende spesso non è in grado di allacciare le scarpe a chi, come titolo di studio, ha una maturità ottenuta prima del disastro.
A me non ne viene in tasca niente, ma penso davvero a questi ragazzi, al fatto che “l’ignoranza è forza” non è più uno slogan distopico, ma una concreta proposta culturale, e tremo per quello che sarà fatto loro, innocenti in ostaggio di un meccanismo spietato.


