È il 1919 a Newport, Rhode Island, nella base navale post-Prima Guerra Mondiale, un posto che ospita decine di migliaia di marinai.
Qui girano voci insistenti: marinai che si incontrano per feste, sesso tra uomini, travestitismi e un vero network queer, con l’Army and Navy YMCA come hub principale. Due pazienti dell’ospedale navale, il marinaio Thomas Brunelle e il Chief Machinist’s Mate Ervin Arnold (un veterano di 14 anni con background da detective civile), iniziano a chiacchierare.
Brunelle rivela ad Arnold l’esistenza di una rete di incontri omosessuali che coinvolge marinai e civili, con punti di ritrovo chiave all’YMCA e al Newport Art Club. Arnold, ossessionato dall’idea di “pulire” la Marina da quella che considera una corruzione morale, compila un rapporto dettagliato sui presunti festini a base di alcol, cocaina, travestitismo e atti sessuali.
Il documento sale fino ai vertici: l’ammiraglio Spencer S. Wood ordina un’inchiesta preliminare e, il 19 marzo 1919, un tribunale d’inchiesta conclude che serve un’indagine approfondita.
Ed ecco entrare in scena il futuro presidente Roosevelt: l’allora Assistant Secretary of the Navy, un giovane Franklin Delano Roosevelt (che agisce per conto del Segretario Josephus Daniels), approva l’operazione e tenta persino di coinvolgere il Dipartimento di Giustizia (che però rifiuta).Nasce così la famigerata “Section A”: un’unità di giovani marinai arruolati, alcuni appena diciassettenni, reclutati come “operatori” o esche.
Il 16 marzo 1919, quattordici di questi ragazzi si riuniscono segretamente nel seminterrato dell’ospedale navale per ricevere istruzioni. Vengono autorizzati – anzi, incoraggiati – a flirtare, uscire a cena e arrivare fino a rapporti sessuali completi con i sospettati, purché serva a raccogliere prove. Devono poi redigere rapporti dettagliati quotidiani.
L’idea è beccare qualche “pervertito” isolato e fare pulizia.
Invece succede il disastro: quello che scoprono è molto di più, un vero e proprio mondo sociale parallelo, con feste private in pensioni e stanze affittate, un linguaggio in codice, travestitismi elaborati, corteggiamenti ritualizzati e una rete di conoscenze che collega militari e civili – tra cui persino un pastore episcopale (e volevamo farci mancare un predicatore della castità?).
Non si tratta di atti sporadici: è una comunità con regole, segnali e identità condivise. Entro maggio 1919 vengono arrestati almeno 15 marinai (alcune fonti parlano di oltre 20) e diversi civili. Molti finiscono in isolamento a bordo di vecchie navi ancorate nel porto di Newport per mesi, in condizioni durissime, prima di essere processati per sodomia e “scandalous conduct”. Alcuni ricevono condanne detentive, altri vengono congedati con disonore.
Ma l’operazione sfugge di mano.
Quando i metodi di questa caccia vengono alla luce – grazie anche alla stampa locale, in particolare al Providence Journal diretto da John Rathom, che attacca duramente Roosevelt e Daniels – scoppia lo scandalo nazionale. Nel 1921 una sottocommissione del Senato, guidata dai senatori repubblicani Ball e Keyes, indaga non tanto sull’esistenza di marinai gay, quanto sulle tattiche usate: ordinare a giovani arruolati di compiere atti sessuali come parte di un’indagine ufficiale. Il rapporto del Senato è devastante: definisce le pratiche “reprehensible” (riprovevoli), “ill-advised” e moralmente inaccettabili.
Roosevelt viene ritenuto personalmente responsabile per aver autorizzato l’operazione; alcuni senatori dichiarano che non avrebbe mai dovuto ricoprire cariche pubbliche. Un senatore lo accusa di aver creato il comportamento che pretendeva di estirpare.
Anche se lo scandalo non ferma la carriera politica di FDR (che diventa governatore di New York e poi presidente), rimane una macchia duratura sul suo curriculum.
Le trascrizioni dell’inchiesta del senato USA e dei processi militari – unite ai rapporti degli “operatori” – rappresentano oggi una delle primissime documentazioni dettagliate e involontarie della vita queer negli Stati Uniti del primo Novecento.
Descrivono socializzazione, flirt, relazioni stabili, drag performance (addirittura una produzione vaudeville chiamata Jack and the Beanstalk messa in scena proprio dai marinai nel 1919 include elementi di travestitismo), e un senso di identità collettiva che precede di decenni il movimento moderno per i diritti gay.
La Marina vuole dimostrare che l’omosessualità è rara, isolata e deviante; invece, con le sue stesse carte, prove e registrazioni, finisce per dimostrare l’esatto contrario: già nel 1919 esiste una comunità queer vitale, organizzata e visibile, che prospera anche in un’istituzione rigidamente maschile e repressiva come la Marina statunitense.
Insomma, per il massimo dell’ironia, l’operazione antigay finisce per documentare, nei rapporti e nelle trascrizioni giudiziarie, una delle prime mappe dettagliate della vita queer americana pre-Stonewall. La Marina vuole cancellarla; invece, la mette nero su bianco per i posteri.
FDR la scampa (diventa presidente quattro volte), ma lo scandalo resta una perla di ipocrisia storica: volevano estirpare i froci, finiscono per fare da matchmaker involontari e archivisti del primo grande coming out documentato della US Navy. Un’operazione pensata per cancellare un “problema” finisce, paradossalmente, per conservarne la memoria storica più preziosa.
post realizzato a partire da In 1919, the U.S. Navy decided it needed to root… (by Bil Browning)


